Il progetto è realizzato in partnership col programma Street View Trusted Photographers. I nostri Itinerari fotografici a 360° su Google Maps permettono ai lettori di avventurarsi virtualmente attraverso i selvaggi e remoti paesaggi dell’Artico prima che essi vengano alterati irrimediabilmente dal riscaldamento globale.

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Il nostro primo viaggio inizia a Salekhard sulla sponda est dell’Ob. Questo possente fiume, uno dei più lunghi al mondo, scorre da Sud a Nord per oltre 3000 Km lungo le pendici orientali degli Urali.

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Giunto a Salekhard, l’Ob devia ad angolo retto, lasciandosi alle spalle l’estremità settentrionale della catena montuosa, per sfociare con un gigantesco estuario nel Mare di Kara, 200 Km a nord-est. E’ esattamente la direzione che intendiamo seguire.

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Fino a 20 anni fa, Salekhard era un mucchio di casupole di legno. I suoi pochi abitanti erano abbandonati come i resti della ferrovia transpolare sognata da Stalin, che doveva trasformare questa comunità in capo al mondo in uno strategico snodo commerciale per il trasporto del nickel artico.

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Da allora, la città è stata ammodernata e ampliata con fondi pubblici per creare una testa di ponte nell’espansione economica verso nord. Oggi è una città ultra-moderna in mezzo al nulla, tagliata in due dal circolo polare artico, raggiungibile con 4 ore di volo o 2 giorni di treno da Mosca.

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In uno dei suoi nuovissimi palazzi ha sede l’ufficio locale del colosso energetico Gazprom. La penisola di Yamal, oltre alle tribù nomadi dei Nenet, ospita infatti le più grandi riserve di gas del pianeta.

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I recenti impianti di estrazione e i corridoi ferroviari voluti dal governo per consentirne lo sfruttamento entrano in rotta di collisione con le vie migratorie percorse dalle tribù nomadi dei Nenet. Il conflitto tra modernità e tradizione è argomento tabù tra indigeni e stranieri, come avremo poi occasione di apprendere.

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Mossi dall’intento di raccogliere testimonianze dirette presso le popolazioni locali, ci imbarchiamo in un temerario tour in bicicletta.

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In pista siamo io e Anton, un giovane nativo Nenet che decide di farci da guida, dopo esser riuscito a farsi prestare una bicicletta da Ivan, il direttore del megastore “Sportmaster” di Salkhard, rimasto affascinato dal nostro piglio avventuroso.

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Io invece sono in sella al mio bolide, attrezzato a redazione solare: un pannello fotovoltaico agganciato sul retro alimenta gli apparecchi di registrazione foto e video. È l’unico modo per evitare che i dispositivi si scarichino in pochi minuti a causa delle basse temperature.

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Lasciataci alle spalle Aksarka, ultimo insediamento raggiungibile per via asfaltata, iniziamo a pedalare sulle acque congelate del fiume Ob.

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Ma non siamo gli unici a solcare il suo corso pavimentato di bianco. Macchie nere spuntano in lontananza, ingrandendosi, fino a quando vediamo pararcisi dinnanzi roboanti veicoli a doppia o tripla trazione.

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Dai finestrini aperti fanno capolino occhi a mandorla, dal colore sovente grigioverde, che ci squadrano con divertito interesse. Siamo gli unici folli che girano a pedali.

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Navigabile d’estate, d’inverno l’Ob diventa una naturale autostrada che mette in comunicazione villaggi che restano isolati in primavera e autunno quando il ghiaccio è ancora presente, ma non è abbastanza spesso per sostenere mezzi pesanti. Le cosiddette “strade invernali” si ramificano a rete, congiungendo per pochi mesi l’anno molte zone remote della Siberia.

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Ruspe di manutenzione spianano a tratti la via tracciata da bandierine e segnaletiche autostradali. Tutto ciò sparirà non appena il ghiaccio ridiverrà acqua e le auto lasceranno il posto alle imbarcazioni che ora giacciono sepolte sotto la neve, lungo le invisibili sponde del fiume che delimitano il tragitto.

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La nostra impresa su due ruote, tuttavia, non dura per molto. Sopraggiunto il tramonto, siamo costretti ad arrenderci dopo neanche 80 Km. Le nostre gomme sbandano e si arenano nella poltiglia di ghiaccio spalmata sull’Ob, impedendoci di procedere oltre.

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Ci rassegniamo anche noi a salire a bordo di una 4×4 per attraversare il fiume in tutti i suoi 40 Km di larghezza e proseguire lungo la sua sponda nord, avvicinandoci alla costa est della penisola di Yamal.

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Ci vogliono altre 4 ore per coprire i restanti 150 Km che ci separano dalla nostra destinazione. Si tratta di Yar-Sale, il centro urbano dove si tiene il festival annuale del folklore Nenet.

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Durante i tre giorni dell’adunata, le diverse squadre tribali si sfidano alla corsa delle renne, alla presa al lazo e ad altre gare in cui esibiscono la propria abilità di capi bestiame davanti a un pubblico di compatrioti che sfoggiano i migliori abiti tradizionali, indossati apposta per l’evento.

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Insieme incontriamo Evgeny, un pescatore che si prepara a una lunga traversata verso nord per andare a stanare le sue succulente prede da sotto il ghiaccio, attraverso buchi praticati secondo la tecnica dell’”ice-fishing”. Ci propone di accompagnarci in motoslitta al campo dove vivono alcuni suoi famigliari, neanche 15 Km da Yar-Sale.

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Sfrecciamo attraverso la tempesta di neve. La pianura nevosa e la nebbia che vi galleggia sopra si confondono in un mondo etereo senza terra né cielo.

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D’un tratto una breccia si allarga nella vischiosità lattiginosa e vi appare una solitaria tenda conica.

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Quella tenda è il “chum”, la tipica abitazione dei Nenet composta da una stratificazione di pelli di renna, cosi spesse e resistenti da mantenere l’interno abitabile anche quando fuori si scende a meno 60°.

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Entriamo ed Evgeny ci presenta la famiglia che la occupa: il padre e la madre Sergei e Svetlana, la figlia maggiore Paolina con la figlioletta Slata e i due figli più giovani, Alexander e Timur.

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Ascoltando la drammatica storia di Sergei, comprendiamo con amarezza la probabile sorte che attende quest’intero popolo di nomadi che continua ad aggrapparsi con fierezza alle proprie radici carovaniere.

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Mai ci fu gente più degna del motto “Chi si ferma è perduto”.

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I chum vengono smontati, ripiegati e legati alle slitte trainate da renne e motoslitte, per poi essere rimontati alla fine di ciascuna tappa giornaliera.

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“Le renne sono la nostra casa, i nostri vestiti, il nostro cibo, il nostro mezzo di trasporto, tuttavia negli ultimi anni il cambiamento climatico e le recinzioni private hanno iniziato a compromettere l’allevamento e il nostro ancestrale stile di vita”. Spiega Sergei, rammentando il maledetto anno 2013, quando l’inizio dell’inverno fu caldo e piovve anziché nevicare, creando sul suolo uno duro strato di ghiaccio, “Le nostre renne non sono riuscite rompere il ghiaccio con gli zoccoli per raggiungere i licheni di cui si nutrono e sono morte di fame”.

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Da quando hanno perso la loro mandria, Sergei e Svetlana hanno dovuto cessare il nomadismo tramandato dai loro antenati e si sono stabiliti vicino Yar-Sale, dove possono almeno acquistare viveri nei negozi.

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Ad aiutarli economicamente è la figlia Polina che vive col marito e lavora a Yar-Sale. Va a trovarli regolarmente, per farli giocare con la loro nipotina Slata, cosi come fanno Alexander e Timur durante i periodi di vacanza dal collegio in cui studiano.

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Anche i due ragazzi, da grandi, si troveranno un lavoro in città. Alla morte dei genitori, il vecchio chum resterà altrettanto vuoto e desolato che la tundra che ora lo circonda. Contemplare questo spazio sterminato punteggiato da pulviscolo umano è per noi un’esperienza unica.

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Decidiamo di incamminarci lungo un sentiero che collega i diversi accampamenti della zona. La nostra idea è fotografare la tundra dei Nenet e mostrarla su Google Maps affinché tutti sappiano dove si ergono questi accampamenti, prima che di essi rimanga solo il ricordo.

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Ad accompagnarci nella nostra escursione, oltre a Francesca, è il piccolo Timur che ci offre generosamente la sua slitta di legno per trasportare il nostro pannello solare. Con esso alimentiamo, strada facendo, lo smartphone e la fotocamera con cui scattiamo le immagini sferiche per lasciare la nostra memoria ai posteri.

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Magari un giorno lontano, quando l’aria primaverile non sarà più gelida, bensì rovente, chi giungerà qui troverà la tundra già svestita del suo manto immacolato.

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Media che hanno diffuso la storia