In tre fasi elettorali con doppio turno ciascuna (9/15 novembre, 20/26 novembre, 1/7 dicembre) l’Egitto affronta il più importante rinnovo parlamentare della sua storia, dopo una campagna elettorale durata poco più di 10 giorni a causa del Ramadan.

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Per capire la posta in gioco basta osservare il paesaggio geopolitico attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica.

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Un grandangolo sulla mappa del Medio-Oriente ci mostra un Hosni Mubarak che invia rinforzi all’esercito americano contro il dittatore Saddam, da la caccia agli attentatori di Taba e Sharm el Sheick, arbitra il conflitto israelo-palestinese, coopera con la NATO per rafforzare la sorveglianza dello strategico canale di Suez.

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Panoramica ineccepibile. La prospettiva però cambia quando si restringe lo zoom sul Cairo, il Sinai e la valle del Nilo, con strade tappezzate di soldati e posti di blocco. Qui, a rendere decisamente meno “fotogenico” il Presidente egiziano ci si mettono gli agenti di polizia da lui stesso sguinzagliati, che da 25 anni intimidiscono, arrestano e spesso torturano innocenti cittadini allo scopo di mantenere il suo faraonico potere.

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Per la prima volta l’opposizione si organizza seriamente per rosicchiare una bella fetta di voti al Partito nazional-democratico (PND) che all’Assemblea del popolo detiene ben 402 su un totale di 454 (10 deputati sono nominati direttamente dal Presidente). Per la prima volta l’ondata di manifestazioni di piazza senza precedenti che dalla fine del 2004 scuote il regime ha costretto gli USA e l’Europa a ridestarsi da un prolungato “no comment”.

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Il 76enne Rais è stato così “invitato” a garantire libertà di voto e scrutini a norma di legge, evitando di bissare le accuse di brogli elettorali che gli sono piombate addosso alle presidenziali di settembre con le quali si è aggiudicato a suffragio universale il suo quinto mandato. Accuse che non sono state tuttavia sufficienti a fargli accettare l’invio di osservatori internazionali.

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Ai nostri governi non resterà che guardare da lontano, tifando pubblicamente per il rinnovamento democratico e plaudendo poi in privato lo scontato e rassicurante trionfo del PND di Mubarak. Che, oltre a contare su un indubbio appoggio di Washington, sta ora seducendo anche gli esitanti paesi europei. Come? Ulteriori privatizzazioni e aperture alle società straniere (la presenza italiana è più che raddoppiata nel periodo 2004-2005, secondo i dati pubblicati ad ottobre dall’Agenzia per gli investimenti esteri in Egitto). Nonché la recente promessa di sostituire parte degli aiuti militari “made in USA” (che con 1.1 miliardi di euro annui finanziano il 50% del bilancio della difesa egiziano) con una quota crescente di armi importate da Italia, Regno Unito e Germania.

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A mettere in difficoltà l’alleanza di ferro tra l’Occidente e Mubarak ci ha pensato il nuovo movimento popolare “Kifaya” (in italiano: “Ora basta!”). Una spontanea protesta contro la guerra in Iraq trasformatosi inaspettatamente in una rivolta di massa contro i soprusi e i disagi sociali che soffocano l’Egitto sin dall’indipendenza del ‘52. Una disoccupazione e un’inflazione al 10%, uno stipendio irrisorio di 40 euro mensili ed una tassazione ultra-leggera sui ceti elevati che riduce la spesa pubblica per istruzione e assistenza sanitaria. Risultato: su una popolazione di oltre 77 milioni la metà vive nella miseria. L’organizzazione di elezioni, almeno formalmente, democratiche pare l’unica soluzione capace di scongiurare il pericolo di destabilizzazione.

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Se non esistesse Kifaya e Mubarak fosse ancora in grado di mantenere l’ordine nel paese col pugno di ferro, la Comunità internazionale non aprirebbe bocca, come non l’ha fatto finora, malgrado sia sempre stata a conoscenza delle violenze perpetrate dal governo”.

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Lo stato d’emergenza, mai revocato dall’assassinio nell’81 del predecessore di Mubarak, Anwar Sadat, permette alla polizia di arrestare a scadenza indefinita qualsiasi sospetto. “Grazie a questo stratagemma e al pretesto della lotta ai gruppi estremisti negli anni ’90 e ai terroristi di oggi il governo tiene in cella da oltre 20 anni migliaia di persone e continua a metter dentro scomodi avversari, senza neanche l’ombra di un regolare processo”, spiega Ehab Sallam, direttore dell’ “Human Rights Association for the Assistance of Prisoners”.

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A inizio 2005 per scovare gli attentatori del Mar Rosso l’intelligence egiziana, in coordinamento con la CIA, ha operato massicci rastrellamenti e torture indiscriminate. “La lotta al terrorismo non può costituire un pretesto per chiudere gli occhi sull’assenza di vera libertà in Egitto”, continua Sallam, “Non è sufficiente che il governo s’impegni ad assicurare libere elezioni. Affinché s’instauri una reale democrazia occorre che i partiti d’opposizione siano lasciati liberi di svolgere in ogni momento un ruolo attivo nella vita politica senza dover subire la costante minaccia di repressioni”. E’ d’accordo Abd Elhamid: “queste elezioni sono solo l’inizio.

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Gli egiziani dovranno lottare ancora a lungo per conquistare ciò che gli spetta”. E il ricercatore all’Al-Haram Center for Political and Strategic Studies, Diaa Rashwan, incalza: “Le lobbies USA sono pronte a contrastare anche la più remota possibilità che l’opposizione governi il paese. I più forti concorrenti del PND sono i comunisti e gli islamici, entrambe fortemente anti-americani. Seppur improbabile, una loro vittoria sarebbe totalmente inaccettabile per l’amministrazione di Washington”.

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E’ opinione condivisa che se le elezioni fossero veramente libere a vincerle sarebbe il gruppo militante dei Fratelli musulmani, la più grande forza d’opposizione, devoto all’idea di fare dell’Egitto una repubblica islamica governata dalla Sharia. Chissà come la prenderebbe George Bush?

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Uno: la reintroduzione dello scrutinio uninominale mette praticamente fuori gioco tutti gli avversari nelle numerose circoscrizioni dove è dominante il PND. Due: quest’ultimo monopolizza la commissione per il controllo delle elezioni che autorizza la costituzione dei partiti e delle liste di candidati. Tre: il 50% dei candidati su ciascuna lista deve essere costituito dai rappresentanti degli operai e degli agricoltori, a loro volta nominati dai rappresentanti locali del governo (cacicchi), ossia del PND, che scelgono quelli più facilmente controllabili. Preferibilmente analfabeti.

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L’obiettivo delle forze d’opposizione non è tuttavia ottenere un insperata vittoria. Bensì raggiungere il fatidico 5% all’Assemblea del popolo (23 seggi) che, in base alla riforma costituzionale fatta approvare quest’estate da Mubarak, consentirebbe loro di nominare un candidato alle presidenziali del 2011. E tentare così di intralciare i piani dinastici di Hosni qualora decidesse di nominare il figlio, il 42enne Gamal, erede “legittimo” del suo decennale regno.

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Nell’attuale Parlamento tutte le forze d’opposizione messe insieme detengono poco più dell’8% (52 seggi di cui 18 agli indipendenti, 17 ai Fratelli musulmani e il resto agli altri partiti)”

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La scelta di scaglionare le elezioni in tre tappe successive, ciascuna per un gruppo diverso di circoscrizioni (prima l’area del Cairo, poi Suez, la costa mediterranea, l’Est e parte della valle del Nilo, infine il Sinai, il delta del Nilo e Assuan) serve a garantire che ci sia almeno un giudice a controllare ciascun seggio elettorale, come previsto dalla legge.

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Il PND è l’unico a presentare suoi candidati, ben 444 (tra i quali 2 soli della minoranza cristiano-copta e 6 donne), in tutte le circoscrizioni. Altri 395 sono presentati dalle forze d’opposizione confluite nel neo-costituito Fronte nazionale unito per il cambiamento (FNUC): il liberale “neo-Wafd”, la sinistra del Raggruppamento nazionale per la democrazia “Tagammoe”, i nazionalisti del Partito nasseriano, il movimento Kifaya, l’Unione nazionale per la riforma e il cambiamento e altri partiti minori. Questo schieramento trasversale ha deciso di competere con 219 candidati comuni in 179 circoscrizioni.

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Dal sodalizio muti-partitico si sono dissociati i Fratelli musulmani che concorrono con 170 candidati indipendenti poiché è vietato loro costituirsi in partito politico (e quindi poter esprimere un candidato alla presidenza) e l’Al-Ghad (il Domani) di Aymane Nour, forte del suo secondo posto alle ultime elezioni presidenziali. Sono in lizza anche 500 dissidenti del PND che potrebbero tuttavia esser costretti a rientrare nel partito dopo essere stati eletti, come già avvenne alle politiche del 2000.

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Nonostante la sua disomogeneità interna, il FNUC si è coalizzato intorno ad un programma minimo di riforme: lotta alla corruzione, indipendenza della magistratura, riduzione dei poteri del Presidente, creazione di una commissione permanente di magistrati incaricata di gestire le elezioni, abolizione dello stato d’urgenza e della tortura.

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Alla divisione tra le tre principali forze d’opposizione se ne affianca una ancora più decisiva per il futuro del paese: quella tra vecchia e nuova guardia del PND. La prima, restia a qualsiasi tipo di riforma, pare averla spuntata sulla seconda che è riuscita a ottenere solo una manciata di candidati. Stando così le cose sarà difficile per Mubarak assicurare il promesso aumento dei salari, accompagnato da un rilancio industriale e una ripartizione più equa delle risorse. A meno che si trattasse sin dall’inizio dell’ennesima propaganda di regime.