Dalla capitale Nairobi, oltre 10 ore di guida su 250 km di strade dissestate ci conducono attraverso il paesaggio di un altro pianeta, abitato dagli utlimi discendenti della leggendaria e ormai morente “Culla dell’Uomo’.

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E’ il tramonto quando giungiamo sulle rive kenyote del lago Turkana, il piu’ grande lago di deserto al mondo. Una distesa di zaffiro circondata da altopiani dalle roventi tinte marziane, punteggiati da picchi vulcanici, alberi di acacia e grappoli di fiabeschi ngaji o akai, “iglù” di rami secchi dove vivono le tribu indigene piu’ incredibili dell’Africa.

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E’ emozionante sentire le gomme del fuoristrada scricchiolare sulla terra dove, secondo i paleontologi, il primo uomo si mise in posizione eretta e si incammino’ lungo la sua strada di futura gloria.

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La zona è riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO per la sua eccezionale ricchezza ecologica e culturale. L’ecosistema del lago, unico nel suo genere, permette di praticare la pesca e la pastorizia in alternanza grazie a un eterno ciclo di alta e bassa marea.

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Questo ecosistema ha consentito ad ancestrali tribù, come i Turkana, i Samburu, i Rendille e gli El Molo, di vivere per secoli una dura esistenza nelle aride periferie delle sponde del lago, considerate uno degli ambienti piu’ ostili della Terra. Difficile immaginare che in epoche passate al posto di questo deserto roccioso c’era una vegetazione rigogliosa con zebre ed elefanti, tutti sterminati dal cambiamento climatico e dalla caccia tribale.

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Per questo un’avanguardia di tecnici della Croce Rossa Italiana sta ripetendo, proprio ora, il nostro medesimo viaggio. L’obiettivo è perlustrare l’area in preparazione della missione di soccorso che verra’ dispiegata a breve.

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“L’insieme dei villaggi dove intereverremo conta 80 mila persone e un tasso di natalità di 25-30 bambini a settimana”, spiega Francesco Rocca, Commissario della Croce Rossa, “Utilizzeremo delle stazioni mobili, ossia veicoli iveco attrezzati come ambulatori che gireranno per i villaggi per svolgere attivita’ nutrizionali e pediatriche”. A faciliare il compito dei medici italiani ci penseranno gli stessi riti locali: presso le tribù vige infatti l’usanza di estrarre il dente centrale inferiore ai bambini con dentatura adulta, al fine di facilitare la somministrazione di sostanze curative.

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Le sempre più ricorrenti siccità, unite al disboscamento a opera degli stessi autoctoni, stanno riducendo i rari pascoli di arbusti, decimando il bestiame da cui dipende la fragile economia di sussistenza delle comunità locali. Molti di esse si spostano costantemente in cerca di acqua ed erba, percorrendo anche 300-400Km durante la stagione secca.

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I Turkana sono la tribù più nomade, muovendosi con i muli che servono loro anche da cibo, contrariamente alle altre tribù che si nutrono solo di cammelli e capre.

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Avvistiamo qua e la’ in piccole carovane: i muli hanno in sella le capanne di rami secchi ripiegate come tende da campeggio. La maggior parte di esse sono dirette al monte Kulal, antico vulcano spento che sovrasta il lago Turkana.

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“E’ lì presso il villaggio lacustre di Santuru, che staziona la gran parte degli animali d’allevamento”, spiega la nostra guida di nome Sami, un giovane nativo di Loyangalani, unico centro abitato attrezzato per il turismo nello spazio di centinaia di chilometri. “Coloro che vivono nei pascoli più distanti dal lago devono camminare ogni giorno 40 Km, andata e ritorno, per rifornirsi di acqua”, aggiunge Sami. Capiamo cosi’ che non era benzina cio’che qualche ora prima avevano tentato di chiederci, in una lingua a noi sconosciuta, dei ragazzini accorsi alla nostra auto brandendo sudicie taniche di plastica.

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Spegniamo finalmente il motore sulla riva del lago dove sorge il villaggio di Ajeni. E’ questo l’ultimo baluardo della piccolissima tribu’ degli El Molo che significa “coloro che non si allontanano dal lago”. Si tratta della comunita’ piu’ marcata dall’iper-assistenzialismo umanitario e dal turismo di massa che li hanno resi economicamente dipendenti, distogliendoli dalle loro attivita’ tradizionali.

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“Quando sono nato, la cultura della mia gente era già in via di estinzione, i miei genitori gia’ non parlavano la nostra lingua originaria, i nostri costumi sono stati progressivamente sostituiti con quelli delle altre e piu’ grandi popolazioni”, racconta il capo-villaggio dal curioso nome Numero Due, secondogenito della sua famiglia.

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Anticamente, il futuro sposo el Molo doveva portare in dote coccodrilli, tartarughe e denti di ippopotamo. Questi animali, da tempo scomparsi dal lago, sono stati rimpiazzati dagli animali da pascolo secondo la moda dei Turkana e dei Samburu.

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Secondo il vigente sistema poligamico, a un uomo sono concesse tante mogli quante puo’ ottenerne in cambio del proprio bestiame. E’ il padre della sposa a decidere il numero di animali da chiedere in dote. I matrimoni combinati costuiscono tuttora un elemento cruciale dell’economia: quando una famigia ha pochi animali dà in sposa una delle figlie per ricevere bestiame, quando invece ne ha molti li cede in cambio di una moglie per i propri figli in modo da garantirsi progenie e braccia giovani per il proprio sostentamento.

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Altrettanto interessanti dei riti della vita, sono quelli della morte. Abbiamo la fortuna di osservarne mentre riprendiamo la via del deserto. Un gruppo di persone sta cuocendo carne di capra e spargendola, insieme a tabacco misto a latte, su tumuli di pietre circolari che non sono altro che i sepolcri degli avi: quanto basta per placare l’ira dei defunti che si manifesta attraverso disgrazie o brutti sogni permonitori. La sepoltura tuttavia e’ stata introdotta dai missionari cristiani. Anteriormente, si lasciava che le iene divorassero i corpi in modo che lo spirito potesse liberarsi dalla corruzione della carne

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Concludiamo la nostra esplorazione etnologica rientrando al capoluogo Loyangalani che significa “il luogo degli alberi”. Nome azzeccatissimo, si direbbe. Infatti, mentre ci avviciniamo, scorgiamo in lontananza la rudimentale sede del consiglio direttivo del villaggio: un grande albero d’acacia alla cui ombra siedono gli anziani adunati per discutere le quesitoni d’interesse comune. Alcuni di loro portano gli apelpel, istoriati bastoni di legno, segno che sono sposati.

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Per le donne invece la fede nuziale consiste in orecchini, sul lobo inferiore o superiore a seconda che siano Samburu o Turkana. Queste ultime usano anche rasarsi il capo lasciando solo un ciuffo centrale. Tutte le donne, quale che sia la tribù di appartenenza, si adornano di appariscenti collari multicolori che anticamente erano fatti di pietre preziose, oggi sostituite da palline di plastica acqustate a Nairobi. Sono pero’ le mogli della tribù Rendille a portatre il collare dalla foggia piu’ appariscente: il mporro, un alto cerchio legno intarsiato di schegge di rubino.

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Il legno dell’albero di acacia serve praticamente a tutto: oltre a farnei, collari e mini-sgabelli portatili, le tribù utilizzano i ramoscelli più fini come spazzolini da denti, mentre i grossi frutti oblunghi, detti calabash, una volta svuotati e induriti, diventano borracce per conservare acqua e latte.

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Prima di intraprendere il nostro lungo viaggio di ritorno verso Nairobi, incontriamo un certo Julius Dabalen, studente alla scuola di guida di mezzi meccanici nella lontana capitale. Quando gli chiediamo perche’ indossi la maglietta con la foto di Bob Marley, che va ormai a ruba nei negozi locali, ci risponde che il governo gli vieta di indossare gli abiti tradizionali. Prima che l’uomo e la siccita’ distruggano cio’ che resta di quest’incomparabile cultura tribale, vale la pena sbatacchiarsi un intero giorno su una 4×4 per venire a scoprirla di persona.