Il 20 febbraio, tre giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, viene incriminato l’ennesimo funzionario della Missione ONU in Kosovo (Unmik). E’ il kenyota-yemenita NABEEL HUSSEIN, responsabile finanziario della prigione di Dubrava. Accusa: malversazione di fondi.

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Circa 40.000 euro sottratti alle casse circondariali. La notizia non fa’ rumore. Quello provocato dai clacson e i kalashnikov che festeggiano per le strade di Pristina la nascita del nuovo stato e’ l’unico a echeggiare sulla stampa mondiale. Cosa sara’ mai una misera truffa di fronte al pericolo di una nuova crisi nei Balcani?

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La prospettiva cambia se si fanno due rapidi conti, documenti ufficiali alla mano. Quei 40.000 portano a quasi 47 milioni di euro le frodi (finora rese pubbliche) che hanno coinvolto l’amministrazione provvisoria ONU nell’ex-provincia serba. Cioe’: dal 1999 a oggi il 2% degli aiuti alla ricostruzione (3 miliardi di euro, pagati soprattutto dai contribuenti europei) e’ servito ad arricchire svariati esponenti dell’Unmik e i loro complici kosovari. Un gioco d’azzardo vincente per entrambi. I secondi hanno finalmente il loro governo indipendente, corrotto come prima della guerra contro Belgrado. I primi se la spassano all’estero in barba ai mandati d’arresto internazionale.

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Proprio come Hussein, divenuto latitante prim’ancora di essere inchiodato dalla Financial Investigation Unit (FIU): la cellula investigativa dell’Unmik composta da agenti della Guardia di finanza italiana. Per rinnovare il loro mandato fino al dicembre 2008 l’Italia ha sborsato 2 milioni di euro. Il capo della FIU, il Ten. Colonnello Roberto Magni, tiene nel cassetto un pacco di fascicoli su numerose indagini top secret: 30 condotte solo nel 2005 e altre in corso.  “Continueremo a lavorarci anche dopo l’avvicendamento Unmik-UE”, promette  il suo vice, il capitano Massimo Vincenti, “La futura FIU, sempre a guida italiana, avra’ un organico potenziato con agenti di tutti i 25 Stati membri”.

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Eppure, ad oggi, nello staff internazionale dell’Unmik si conta un unico arrestato. Il tedesco Jo Trutschler. Condannato in Germania nel 2002 per aver sottratto 4,5 milioni di euro dal bilancio della compagnia elettrica KEC Elektrokosova di cui era all’epoca direttore. Si tratta della punta dell iceberg.

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“Trutschler e’ stato arrestato solo perche’ abbiamo convinto la stampa tedesca a occuparsi del caso”, commenta Augustin Palokaj, cronista di Koha Ditore, il piu’ grande quotidiano kosovaro-albanese, “Fintanto che a denunciare la corruzione nell’Unmik sono i giornali locali nessuno prende la cosa sul serio”. Sui media occidentali ai misfatti delle Nazioni Unite non e’ dedicato neppure un necrologio. Neanche ora che l’Unmik sta per uscire di scena cedendo il posto all’Eulex, la missione europea ufficialmente operativa dal prossimo giugno.

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Un costo annuo in uffici e personale pari 300 milioni di euro. Nove anni per spartire l’economia kosovara tra gli investitori esteri (soprattutto USA o con sede in Svizzera) e gli imprenditori locali, spesso ex-miliziani del malfamato UCK. Un effetto sulla crescita e lo sviluppo pari a zero. Tutto giustificato in nome della “pax balcanica” e dell’irriducibile risoluzione 1244. Questo il bilancio della macchina burocratica ONU. Che se ne va lasciandosi dietro un Kosovo in stato di miseria e una lunga lista di processi pendenti. “Stiamo lavorando su parecchi casi, molti dei quali ancora in fase di indagini preliminari”, non si sbilancia oltre l’altro “tricolore”, Annunziata Ciaravolo: capo della procura Unmik dal 2004.

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Ecco la retrospettiva esemplificativa ricostruita attraverso la nostra inchiesta. In ordine cronologico, ad aprire la serie degli imputati eccellenti e’ lo svedese Gerard Fischer: ex-braccio destro del primo capo Unmik, il francese Bernard Kuchner (oggi ministro degli esteri della “Republique”).  Nel marzo 2001, per conto dell’operatore telefonico pubblico PTK, firma un contratto-truffa da 42 milioni di euro con la societa’ austriaca Infonova per sviluppare la rete Internet in Kosovo. Viene incriminato nella primavera 2004, mentre si trova in Svizzera. La procura dell’Unmik lo convoca in terra neutra, nella capitale macedone di Skopje, ma non se ne fa’ nulla.

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Peggior sorte ha l’assistente kosovara di Fischer, Leme Xhema, grazie a lui nominata nel 2001 direttrice di PTK. Viene arrestata ed esce poi su cauzione.  E’ uno dei tanti esempi d’intreccio di interessi tra funzionari internazionali e kosovari che si concludono con sanzioni solo per i secondi. Il problema e’ che gli stranieri, quelli che guadagnano di piu’ (circa 3000 euro al mese, contro gli 800 del personale locale Unmik) hanno contratti di breve durata. I loro illeciti si scoprono sempre dopo che sono ritornati a casa e il codice di procedura penale Unmik vieta condanne in assenza dell’imputato (e’ cioe’ escluso il processo in contumacia).

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L’era Kuchner e’ solo l’inizio. Col tempo le manipolazioni dei fondi internazionali si radicano sempre piu’ all’ombra dei rapporti collusivi tra i gerarchi ONU e i c.d. “intoccabili” locali: il premier Agim Ceku e gli altri membri del governo kosovaro provvisorio. Tutti giudicati corrotti dall’80% della popolazione, secondo un sondaggio condotto l’anno scorso dall’Ong Cohu.

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Dall’audit interno sul Kosovo Consolidated Budget (KCB) del 2005 risultano migliaia di infrazioni alla spesa pubblica. Tra i primi cinque nella classifica degli sperperatori ci sono i ministri dell’Economia e delle Finanze, del Commercio e dell’Industria e del Ritorno dei rifugiati. Tutti e tre, insieme ai sindacati e quattro rappresentanti dell’Unmik, siedono nel consiglio di amministrazione del KTA (Kosovo Trust Agency), l’organo che nomina i vertici dei monopoli statali ereditati dall’ex-Federazione yuogolsava, che gestisce la loro privatizzazione e le gare d’appalto e che ha praticamente in mano tutto il denaro che affluisce nel paese.

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Frutto della riforma Unmik del 2002 e l’introduzione del c.d. IV Pilastro (il dipartimento economico foraggiato dall’UE con circa 2 miliardi di euro), il KTA nasce con l’obiettivo di trasferire gradualmente in mano ai kosovari l’amministrazione dell’economia. La strategia prevede che inizialmente i posti-chiave vengano affidati a funzionari stranieri dello stesso KTA, assistiti da dirigenti kosovari.  Ma la nuova formula di co-gestione internazionali-locali degenera ulteriormente in complicita’, divenendo il centro di tutti i piu’ recenti scandali.

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Nel marzo 2003 Reynolds firma un contratto da 300mila euro con la societa’ norvegese Norway Invest promettendole il 50% dei profitti realizati da PTK grazie al nuovo progetto. Alcuni mesi dopo Reynolds lascia l’Unmik  ed entra nel Cda di Norway Invest. Nel novembre 2006 la procura Unmik lo iscrive nella lista nera. L’accusa e’ di frode e riciclaggio. Di  lui si sono perse le tracce. Come anche del suo associato a delinquere, il norvegese Ove Johansen, ex-dirigente della compagnia telefonica, colpito da un mandato d’arresto internazionale. Alla prima udienza guidiziaria, prevista per questo mese, ci saranno solo i pesci piccoli locali. Tra i quali, ancora una volta, Leme Xhema.

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Per rafforzare la lotta agli illeciti, nel 2004 l’Unmik crea l’International Task Force (ITF), riunendo la Guardia di Finanza, l’Olaf (Ufficio europeo di lotta alla frode) e l’Office of Internal Oversight Services (OIOS). Nella rete dell’ITF cade l’inglese Gavin Jeffrey, anch’egli ex-amministratore di PTK. E’ responsabile del contratto da 30mila euro irregolarmente firmato nel 2004 con la societa’ di consulenza “Crown Agents”. Jeffrey, come molti altri amministratori “sconsiderati” segnalati dall’ITF ai vertici Unmik, non viene neppure rimosso dall’incarico.  Nell’estate 2006 la FIU perquisisce il suo ufficio e raccoglie indizi su una possibile responsabilita’ penale, oltre che amministrativa. Ma Jeffrey ha ormai fatto le valigie.

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L’ultimo iscritto al club degli scomparsi e’ il gallese Ian Wollet, direttore dell’Aeroporto internazionale di Pristina dall’inizio 2005 al settembre 2006. Ricercato dal dicembre 2006 e poi assolto per assenza di prove, si sarebbe lasciato coinvolgere in un giro di mazzette da 3.500 euro l’una accettate da alcuni suoi impiegati kosovari per assumere nuovo personale. Un rapporto pubblicato nel marzo 2006 dall’OIOS afferma che l’allora capo dell’Unmik, il danese Soren Jesen-Peterssen, sebbene a conoscenza delle irregolarita’, non ha adottato adeguate contro-misure. Peterssen si dimette nel giugno 2007.

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A rimpiazzarlo e’ il tedesco Joachim Rucker, l’ultimo faraone della dinastia Unmik.  Neanch’egli e’ senza macchia: era lui il Direttore del KTA durante l’acquisto “pilotato” della societa’ mineraria Ferronickel da parte di Alferon, la multinazionale anglo-kazhaka sospettata di loschi affari in mezzo mondo. “L’Onu e in particolare Rucker, che ricopriva incarichi di grande responsabilita’ all’epoca degli scandali, sta cercando di mettere a tacere tutto fino all’uscita di scena dell’ONU”, commenta Krenar Gashi del Balkan Investigatve&Research Network, “Una volta smantellata l’Unmik tutte le inchieste diverranno carta straccia e non se ne parlera’ piu’”.

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Box – La condivisione della torta economica del Kosovo

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Attraverso il processo di privatizzazione gestito da Unmik, gli investitori stranieri hanno finora preso oltre il 35% delle aziende statali lasciate come eredità dalla Serbia al Kosovo

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PAESE – NUMERO DELLE AZIENDE PUBBLICHE LOCALI AQCUIRED

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1. Svizzera -16
USA – 10
3. Germania – 9
Albania – 7
5. Macedonia – 5
6. Croazia – 4
7. Turchia – 3
8. Italia – 3
9. Slovenia – 3
Austria – 2
Regno Unito – 2
Belgio – 1
13. Bulgaria – 1
14. Australia -1
15. Paesi Bassi – 1
16. Francia -1