Seoul – giugno 2008
 

“Lo scorso ottobre ho rivisto mio padre, dopo averlo creduto morto per oltre mezzo secolo. Ma la vera tragedia e’ che non lo rivedro’ mai più”, racconta Nan Sik Min con gli occhi umidi. E’ una dei tanti sud-coreani ad aver giocato alla crudele lotteria delle famiglie divise. Quella che decide chi potra’ incontrare i propri cari intrappolati in Corea del nord, l’ultima roccaforte stalinista della terra.
 
Una ruota della fortuna dove chi vince perde al tempo stesso. Il premio e’ un’unica breve occasione per riabbracciare genitori, fratelli, consorti, per poi lasciarli nuovamente.
 
L’attesa spesso vana del proprio turno, l’emozione del ritrovarsi, l’illusione di una vita ancora insieme, la disperazione di un ultimo e definitivo addio. Sembra la trama di un film. Invece e’ un dramma reale che va avanti da 55 anni. Da quando la guerra di Corea, congelata ma tutt’ora irrisolta, spezzo’ in due il paese e le vite di oltre 8 milioni di famiglie.
 
La separazione tra il Nord filo-sovietico (oggi filo-cinese) e il sud filo-americano e’ un capitolo di Guerra fredda ormai narrato solo nei libri di scuola. La tragedia che ne e’ scaturita per Min Nan Sik e molti altri e’ cronaca odierna. Intima e aliena al resto del mondo, abituato a ridurre la vicenda coreana ai negoziati sulla denuclearizzazione recentementente conclusi con la cancellazione dei dittatori di Pyongyang dalla “lista dei nemici” di Washngton.  Tante piccole storie personali che legate insieme raccontano quella piu’ grande di una nazione ferita e ossessionata da una difficile riconciliazione. Processo che proprio in questi mesi e’ entrato in fase di stallo per il muro contro muro tra il nuovo Presidente sud-coreano, il conservatore Lee Myung-Bak e il dittatore Kim Jong Il, figlio del leggendario leader comunista Kim Il-Sung.
 

La “tombola dei cuori”
 
“A ogni raduno possono partecipare un membro del nord e uno del sud per famiglia”, spiega Yun-Kyeong Han della Croce Rossa sud-coreana (KNRC) che, insieme alla controparte nord-coreana NKRC,  coordina i contatti inter-famigliari avviati dall’85. “Ogni volta estraiamo a sorte le 100 famiglie, ossia complessivamente 200 famigliari, che potranno riunirsi”. Gli esclusi restano a casa, sperando in una prossima chiamata,  accontendandosi delle video-conferenze introdotte nel 2005 o implorando anni solo per scambiarsi una lettera o sapere almeno se i loro parenti sono ancora vivi.
 
Una  “tombola dei cuori”  imposta dal rifiuto nord-coreano di aumentare la frequenza e l’ampiezza delle riunioni. Un ciclo di 16 incontri ufficiali, inizialmente avvenuti nelle capitali Pyongyang e Seoul, ha permesso fino a oggi a meno 3.400 famiglie (per un totale di 16,212 individui) di ritrovarsi per qualche giorno. Lo storico accordo distensivo del 15 giungo 2000 ha moltiplicato i raduni. Ma non abbastanza per soddisfare tutte le 127.000 richieste registrate fino allo scorso gennaio dal Centro d’informazione integrata sulle famiglie divise.
 
Nel frattempo le persone muoiono, senza poter guardare un’ultima volta negli occhi il sangue del loro sangue. Oltre 35.000 richiedenti (28% del totale) sono gia’ deceduti.
 

Tutta una vita in quattro giorni
 
Gli incontri figli-genitori si fanno ormai rari.  Oggi a ritrovarsi sono soprattutto fratelli e cugini, cioè non più la prima, ma la seconda generazione di coreani. “Fortunatamente mio padre e’ arrivato fino all’eta’ di 85’ anni”, afferma Nan Sik. Per colmare un’eternita’ le sono bastate 4 ore di autobus fino al Monte Geumgang, la vetta sacra in Corea del Nord a ridosso della linea dell’armistizio lungo il famoso 38° parallelo. Qui il 12 luglio e’ stato completato il Centro permanente per i ricongiungimenti delle famiglie divise. “Si sarebbe dovuto inaugurare ufficialmente il 15 agosto, con un grande raduno di 1000 famigliari in occasione del comune anniversario della liberazione dall’occupazione giapponese”, rivela Boonhee Jeong, vice-direttore del Dipartimento “Famiglie divise” del Ministero dell’Unificazione. Ma l’attuale tensione tra i due governi ha mandato tutto all’aria.
 
“Quando  ho visto mio padre venire al mio tavolo numerato non l’ho riconosciuto subito, alla sua scomparsa avevo solo 10 mesi, non ricordavo neanche di averlo mai chiamato papa’ ”, continua Nan Sik che oggi ha 57 anni, e’ sposata e ha due figli. “Abbiamo trascorso quasi tutti i quattro giorni dell’incontro stringendoci le mani e piangendo insieme,  non abbiamo voluto rivangare il passato, ma solo esprimere la gioia di rincontrarci. Ci siamo salutati con la consapevolezza che probabilmente non ci rivedremo mai più, nonostante lui abbia promesso di vivere fino a quando la Corea sara’ riunita”.
 

Il miraggio della riunficazione
 
Promessa che Nan Sik e tutti i suoi coetanei rischiano di portarsi nella tomba.  Il divario tra il nord autoritario e arretrato e il sud democratico e super-tecnologico e’ abissale. Le stime piu’ ottimistiche li danno per riuniti non prima dei prossimi trent’anni. Prima di allora, i legami famigliari diretti saranno scomparsi.  Il 75% dei membri ancora in vita sono ultra-settantenni. Mariti e mogli, allontanati dalla guerra, si  risposano. Secondo l’ultimo censimento, dal ’76 a oggi le famiglie divise si sono ridotte a poco piu’ di 700.000 (1/11 del numero iniziale).
 
“Solo i sud-coreani che hanno parenti stretti al nord vogliano veramente l’unificiazione (termine preferito dai locali che si considerano un’unica nazione)”, sentenzia Kang In Sook che lo scorso marzo ha incontrato per la prima volta suo cognato, “gia’ i nostri figli (la terza generazione) faticano a interessarsene”. Chi rimarra’ per piangere di gioia quando verra’ tagliata l’ultima “cortina di ferro” del pianeta?  Un giorno la penisola coreana potrebbe ridiventare un unico Stato, popolato di estranei.
 
E’ lo spettro contro cui si batte il movimento di Ae-Ran Lee, l’unica dei 12.000 fuoriusciti nord-coreani ad essere candidata (ma non eletta) alle elezioni legislative dello scorso aprile nel sud. “Il nostro governo deve impegnarsi maggiormente per rafforzare i rapporti tra parenti sud e nord-coreani”, commenta Ae-Ran. E’ fuggita nel ’94, lasciando al nord un marito che oggi ha un’altra moglie. Ha rincontrato gli zii e il nonno che vivono negli USA. Altre 1441 famiglie si sono ritrovate in paesi terzi attraverso intermediari privati e un assegno governativo di 2000 euro. Pochissime quelle ricongiunte per sempre al sud grazie alla fuga dei loro membri dal nord, come la coraggiosa Ok-Hee Hong.
 
Ai piu’ non resta che scrutare l’orizzonte dai grattacieli di Seoul, superando col pensiero i 4Km della striscia di separazione, per sentire ogni giorno i loro cari cosi’ vicini e cosi’ lontani.
 

Box – Cronistoria di un popolo diviso
 
La divisione tra nord e sud e’ il risultato della seconda guerra mondiale (che nel ’45 sanziono’ la spartzione del paese in due zone d’infleunza USA e URSS lungo il 38 parallelo, formalizzata dalla creazione nel ’48 di due governi indipendenti) e soprattutto della Guerra di Corea. Quest’ultima scoppiò nel 1950 con l’invasione della Corea del Sud da parte del regime comunista nord-coreano, che determinò una rapida risposta dell’ONU: su suo mandato, gli Stati Uniti, affiancati da altri 17 paesi, intervennero militarmente per liberare il paese occupato ed, eventualmente, rovesciare il governo nordcoreano.
 
Dopo aver rallentato l’avanzata nord-coreana, le truppe ONU lanciarono una controffensiva che in breve risalì fino al 38° parallelo e poi penetrò profondamente nel nord. Mentre l’Unione sovietica si limitò ad appoggiare il governo comunista, la Cina partecipò ai combattimenti inviando in Corea l’8 ottobre 1950 oltre 180.000 soldati che in breve ricacciarono le truppe dell’ONU al di sotto del 38° parallelo. 
 
Nel 1951 il presidente americano Harry S. Truman, temendo il degeneramento in una guerra nucleare, avvio’ le trattative porre fine al conflitto. Queste si conclusero il 27 luglio 1953 con la firma a Panmunjeom di un armistizio che ristabiliva sostanzialmente la situazione preesistente.
 
Ancor oggi la Repubblica popolare di Corea (nord) e la Repubblica di Corea (sud), separate da una zona demilitarizzata (DMZ) larga 4Km, sono tecnicamente in stato di belligerenza in assenza di un trattato di pace. La guerra e’ costata circa 2 milioni di morti. L’esercito americano (1.319.000 uomini) ebbe 54.246 morti e 105.785 feriti, quello sudcoreano ebbe 415.000 morti e 429.000 feriti, quello cinese 145.000 morti e 260.000 feriti, quello nordcoreano tra i 200.000 e i 400.000. Morirono 1.500.000 civili, di cui 1 milione nordcoreani e 500.000 sudcoreani.