Il governo provvisorio di Pristina, per la prima volta, riconosce ufficialmente la minaccia del fondamentalismo islamico in Kosovo. Un nuovo rapporto sulla sicurezza interna denuncia l’intensificazione dell’infiltrazione wahabita, la frangia piu’ radicale dell’Islam, nella provincia serba.  Il documento, finora sconosciuto alla stampa internazionale, è stato pubblicato dal ministero degli affari interni a fine gennaio. Cioe’ in coincidenza con la presentazione del piano ONU che propone la secessione del Kosovo dalla Serbia.

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A lungo il rischio jihad (guerra santa agli infedeli) era stato bocciato da Pristina come un ricatto propagandistico usato da Belgrado per ostacolare l’indipendenza del Kosovo. Da tempo le autorita’ serbe cercano di convincere la Comunita’ internazionale che un Kosovo indipendente diverrebbe la testa di ponte del fondamentalismo islamico nei Balcani. Ora invece il governo kosovaro propone addirittura la creazione di una speciale task-force per contrastare il fenomeno, ufficializzando l’azione svolta dai servizi d’intelligence della KFOR (la forza multinazionale di pace della NATO).

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La piu’ grave minaccia si e’ aggiunta di recente: il proselitismo da parte di infiltrati Salafiti, i “puristi” del Corano. Quelli che ne predicano l’applicazione alla lettera attraverso il martirio religioso. Contro questa forma estrema del fondamentalismo islamico sono in corso indagini da parte  della polizia dell’UNMIK (la Misione delle Nazioni unite che amministra provvisoriamente il Kosovo dal ‘99). Alcune sono gia’ andate a segno. Nell’autunno 2006, in una cellula terroristica nel villaggio di Talinovac, gli agenti hanno sequestrato esplosivi liquidi simili a quelli impiegati negli attentati alla metropolitana di Londra.

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L’indipendenza del Kosovo e’ uno dei quattro obiettivi per l’islamizzazione balcanica stabiliti dal Consiglio mondiale delle moschee che si e’ tenuto alla Mecca nel ‘92”, afferma Miroljub Jetvic, Professore all’Universita’ di Belgrado ed esperto di questioni islamiche, “I primi due sono gia’ stati raggiunti: l’indipendenza della Bosnia, la partecipazione musulmana al governo in Macedonia. L’ultimo obiettivo e’ l’autonomia della provincia serba del Sangiaccato”.

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La minaccia integralista si scontra in Kosovo con uno stile di vita poco ispirato all’ortodossia coranica. Sebbene i musulmani rappresentino il 90% dell’etnia albanese, le moschee sono semi-deserte. I pochi giovani che le frequentano non hanno barba lunga ne’ turbanti.

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Il rapporto del governo e’ irrealistico”, commenta Qemajl Morina, portavoce dell’Unione musulmana del Kosovo, “I wahabiti non ricevono alcuna adesione da parte della gente”.

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Secondo l’intelligence, il contatto con la popolazione e la militanza integralista avviene sotto la copertura di numerose organizzazioni umanitarie sopraggiunte dopo la guerra anti-serba. Alcune hanno passaporto europeo o americano. Tutte sono ufficalmente finanziate da Arabia saudita e altri paesi del Medio-Oriente. Gli estremisti inseriti nei loro ranghi si auto-finanziano invece col traffico di droga e armi, complici alcuni clan mafiosi kosovari-albanesi guidati dagli ex-capi dell’”Esercito di Liberazione del Kosovo”(UCK).

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Gran parte di questi enti umanitari sfugge ai controlli poiche’ opera sotto il cappello del Saudi Joint Relief Committee (SJRC). Un’organizzazione del governo saudita, localizzata nella Bill Clinton Avenue di Pristina, che coopera con le agenzie ONU nell’ambito del processo di ricostruzione.
Tra le altre ONG saudite da essa coordinate solo tre sono registrate all’Unmik: l’International Islamic Relief  Organization (IIRO), la World Assembly of Muslim Youth (WAMY) e l’Al Waqf Al Islami (WIO).

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Altri enti non sono seppure registrati e hanno quindi mano libera per impiegare i fondi in attivita’ illecite secondo gli ordini della dirigenza wahabita.  Il principale è l’Al-Haramain Islamic Foundation (ribattezzato Al Maktoum Foundation dal governo saudita). E’ sulla lista nera USA per aver finanziato attentati in varie parti del mondo, tra cui l’11 settembre.

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La stessa  SJRC e’ stata perquisita nel 2000 dagli agenti Umik perche’ sospettata di essere una base di Osama Bin Laden. Ma finora sono sempre mancate prove schiaccianti.
L’unico indizio e’ il frequente coinvolgimento di musulmani kosovari in attentati all’estero promossi da gruppi medio-orientali.
L’ultimo della serie e’ un ex-veterano della guerra anti-serba, Dodo L. arrestato lo scorso dicembre dalla polizia austriaca all’aeroporto internazionale di  Vienna per aver tentato di far saltare una bomba al Parlamento del Montenegro per conto di Al-Quaida.

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Box – Sangiaccato: l’ultima frontiera dell’Islam balcanico

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La piccola enclave del Sangiaccato, divisa tra Serbia e Montenegro, sta diventando cruciale per il radicalismo islamico nei Balcani.
Tutte le sedi sociali delle ONG islamiche in odore fondamentalista (se ne contano 140 nei Balcani, operanti per la maggior parte clandestinamente) vi si stanno concentrando poiché possono piu’ facilmente sfuggire al controllo internazionale.

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La regione e’ inoltre un nascondiglio sicuro per estremisti islamici “particolari”, presi in custodia dalla locale “Lega Patriottica del Sangiaccato”. La sua posizione strategica, tra la Bosnia e il Kosovo, il forte radicamento del credo musulmano ed i blandi controlli di polizia lo rendono un cruciale punto di cerniera nel progetto della “Dorsale verde” (il colore wahabita).
Questo prevede in un primo momento l’unione del Sangiaccato alla Bosnia e la loro successiva integrazione con gli altri territori islamici dell’ex-Impero ottomano (oltre al Kosovo, il Montenegro, nonche’ parti dell’Albania, della Macedonia, della Grecia, della Bulgaria e della Romania).

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Suoi artifici, in coordinamento tra loro, sono il Mufti (capo religioso) del Sangiaccato, Muhammer Zurkolic, quello bosniaco, Mustafa’ Ceric e quello della’ citta’ kosovara di Prizren, Muslem Mazllumi.