La nuova porta d’ingresso nell’UE per il commercio illegale di calzature cinesi ha un nome strano: Transnistria, la regione separatista della Moldavia.

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Uno “stato fantasma” che non esiste su nessuna mappa geografica. Ha un governo suo, ma non è riconosciuto da nessun paese al mondo.  A guidarlo è un clan di gerarchi staliniani ed ex-agenti del KGB che nel ‘91 hanno approfittato della dissoluzione dell’URSS per auto-proclamare l’indipendenza del loro feudo incuneato tra la sponda Est del fiume Dniestr e il confine ucraino.

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Un fazzoletto di terra, sotto protettorato russo, divenuto il più grande “hub” europeo dei traffici criminali. Un “supermercato tax-free” che ricicla denaro e merci. Comprese le calzature extra-quota provenienti dalla Cina: cioè quelle che non possono essere legalmente importate perché eccedono le quote imposte dall’UE. A rivelarlo sono fonti dell’EUBAM (EU Border Assistance Mission) la task-force UE che dal novembre 2005 aiuta le autorità moldave e ucraine a lottare contro i movimenti illeciti di merci attraverso le frontiere della Transnistria.

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A importare le scarpe dalla Cina e a rivenderle illegalmente in Europa, compresa l’Italia, sarebbero calzaturifici fittizi creati in Transnistria. Il trucco consiste nel ritimbrare le confezioni col marchio “made in Moldova”. Lo stratagemma costituisce un effetto imprevisto e indesiderato del nuovo regime doganale introdotto congiuntamente da Ucraina e Moldavia nel marzo 2006, dietro impulso dell’UE. L’accordo impone l’embargo contro le merci provenienti dalla Transnistria prive del timbro ufficiale moldavo. Le imprese dello Stato fantasma che vogliono esportare non hanno quindi altra scelta che registrarsi presso le autorità ufficiali della Moldavia.

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Potendo (e dovendo) ottenere il certificato di “made in Moldavia” per il loro export, i presunti calzaturifici riescono infatti ad aggirare le quote all’importazione indicando falsamente nell’etichetta che le calzature che comprano in Cina e rivendono in Europa sono prodotte direttamente sul territorio moldavo.

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Secondo i dati dell’Istituto del Commercio Estero (ICE), dal maggio 2006 al maggio 2007 l’import di calzature dalla Moldavia all’Italia  (secondo partner commerciale dell’ex-repubblica sovietica dopo la Russia) e’ aumentato del 50%: da 7.129.000 a 10.755.000 di euro. Visto che i principali calzaturifici moldavi (come Floare e Tighina)  si trovano in Transnistria, larga parte dell’incremento nominale dell’export e’ facilmente imputabile al fatto che dalla primavera 2006 le calzature della Transnistria arrivano in Italia col marchio moldavo.

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Difficile dire invece quale percentuale nell’aumento complessivo dipende dal riciclo dell’extra-quota made in China in merce made in Moldavia. Il fenomeno non risulta ufficialmente neanche all’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani (Anci). Secondo il Vice-Presidente dell’associazione, Franco Ballin, l’unico modo per impedire simili situazioni e’ l’introduzione a livello europeo di un meccansimo che consenta di risalire la fileira dell’import per verificare che il marchio d’origine corrisponda al reale luogo di produzione.

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Sta di fatto che le autorita’ ufficiali della Moldavia non esecitano un’effettiva sovranita’ sulla Transnistria che resta polticiamente soggetta al governo non riconosciuto del Presidente Igor Smirnov. Pertanto non e’ possibile alcun controllo ufficiale che permetta di verificare cosa succede alle merci tra il momento dell’import e  quello dell’export. 

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Si ipotizza che calzature extra-quota entrerino in Transnistria da Est attraverso la frontiera ucraina, in particolare il porto sul Mar Nero di Odessa, e riescano a Ovest col marchio moldavo attraverso la frontiera con la Romania. Questa, con la sua adesione all’UE nel gennaio 2007, ha in pratica  spalancato le porte del mercato unico alle merci clandestine in transito per la Transnistria, “legalizzate” col sistema della registrazione in Moldavia.