Nella provincia meridionale del Sindh, oltre mille chilometri a sud delle insanguinate frontiere con l’Afghanistan, non sono i signori della guerra ma i signori della terra a far regnare il terrore.

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Un’aristocrazia di latifondisti controlla la maggioranza delle fertili terre della piana del fiume Indo, tenendo in schiavitu’ milioni di piccoli contadini.
Ma in Pakistan, il giogo della guerra e della terra s’intrecciano a ogni livello: dai villaggi di catapecchie intorno ai campi di cotone e canna da zucchero, dove l’estremismo religioso mette nuove radici facendo leva sulla poverta’, alle alte sfere dell’establishment politico-militare che ingessa il paese nello status quo, insabbiando sia la riforma della proprietà terriera che la ricerca di una soluzione definitiva al terrorismo.

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I latifondisti danno anticipi sotto forma di semi, concimi e altri mezzi di produzione, gonfiando poi i costi e costringendo i contadini, analfabeti e ignari dell’inganno, a richiedere nuovi prestiti e offrire interminabilmente le proprie braccia per rimborsare i loro crescenti debiti”, spiega Ghulam Hyder, Direttore di Green Rural Development Organization, un’ONG che che si batte per la liberazione e la riabilitazione dei contadini schiavizzati.

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Ridotti alla miseria dalla spirale dell’indebitamento, molte famiglie offrono i propri figli agli estremisti islamici che promettono di nutrirli e istruirli”. A riprova, Hyder incolla l’indice al finestrino dell’auto e indica il cortile di una madrassa, o scuola religiosa, formicolante di giovani allievi al seguito delle ‘barbe lunghe’, come vengono soprannominati i talebani, ovvero gli interpreti dell’ortodossa coranica e delle sue guerfafondaie derive jihadiste.

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Negli ultimi dieci anni le madrasse talebane si sono moltiplicate nella nostra regione”, continua Hyder, mentre proseguiamo sulla strada che da Hyderbad, ex-capoluogo del Sindh, conduce alla cittadina sacra di Bhit Shah.
Qui, ogni anno i pellegrini rendono omaggio al sepolcro del sufi Shah Abdul Latif Bhittai, poeta dell’islam moderato e predicatore della fratellanza tra tutte le confessioni.

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Storicamente, il Sindh si è caratterizzato per la sua tolleranza religiosa”, afferma Nisar Nizamani, attivista dello sviluppo rurale e profondo conoscitore delle comunità locali, “ma da quando il Pakistan ha affiancato gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, i talebani hanno reagito rafforzando la loro presenza nella nostra provincia, adescando e indottrinando giovani reclute”.

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All’escalation della miseria rurale e dell’estremismo religioso, la coalizione di governo, nuovamente guidata dalla Lega musulmana pachistana di Nawaz Sharif, continua a rispondere con l’immobilismo.

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Fino a oggi, i vertici hanno ritenuto conveniente barattare l’appoggio anti-talebano a Washington in cambio di rifornimenti di armi americane”, spiega Yaqoob Bangash, professore di storia al Forman Christian College della città di Lahore, “tuttavia, il tradizionale sodalizio tra politici e militari ha iniziato a spaccarsi tra coloro che vorrebbero combattere i jihadisti fino in fondo e coloro che preferiscono la linea morbida per scongiurare rappresaglie contro esponenti governativi, memori dell’attentato mortale del 2007 contro l’anti-talebana Benazir Bhutto, ex-Segretaria del Partito popolare pakistano, e due volte Primo ministro. Così il conflitto contro i terroristi islamici, a nord, rischia di congelarsi come quello con l’India nel conteso Kashmir, a est, e quello coi ribelli del Balochistan, a ovest, al confine con l’Iran“.

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Fin dall’indipendenza del paese, la costante emergenza bellica viene usata come un pretesto per bloccare qualsiasi tipo di rinnovamento”, continua Yaquub. Tanto più che sono gli stessi membri del Parlamento federale, delle assemblee provinciali, dei ranghi dell’esercito e i loro parenti più stretti, a controllare le terre arabili e la produzione agricola.

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Da anni chiediamo la riforma della proprietà fondiaria e una redistribuzione della terra, per affrancare i piccoli agricoltori dal loro status di servi della gleba”, afferma Hyder, “tuttavia i governanti-latifondieri non intendono cedere neanche una zolla dei propri possedimenti”.

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Molte provincie, compresa quella del Sindh, non hanno ancora attuato le leggi federali che aboliscono il lavoro forzato”, denuncia Zulfiqar Shah, esperto dell’Istituto pakistano di educazione e ricerca sul lavoro. Risultato: i tribunali sono impotenti contro i signori feuduali che sfruttano i piccoli contadini o li vendono ad altri per farsi ripagare i debiti.

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La tratta di schiavi del terzo millennio scorre davanti ai nostri occhi. Mentre perlustriamo le ricche piantagioni nell’area di Sanghar, un centinaio di chilometri da Hyderabad, incontriamo un padre col figlio in viaggio su un carro trainato da un trattore. Si portano dietro la capanna di legno e argilla smontata per ripiantarla altrove. “Siamo stati venduti per 40.000 rupie”, dichiara il padre, “traslochiamo dal nostro nuovo padrone”.

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Nessun cambiamento e’ possibile in Pakistan fintantochè il paese resta invischiato nella battaglia contro il terrorismo”, commenta Adil Ansari, responsabile comunicazione del Movimento pakistano per la giustizia, il partito d’opposizione guidato dall’ex-campione di cricket Imran Khan, che si è piazzato terzo nelle elezioni del 2013.

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Incontriamo Adil durante le celebrazioni religiose del Muharram, dopo aver fissato l’appuntamento via email, vista la sospensione delle comunicazioni mobili. I cellulari sono rimasti disattivati per tutta la durata delle manifestazioni per impedire agli estremisti di usarli come detonatori e ripetere i loro sanguinosi attentati con esplosivi contro le processioni della minoranza sciita.

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Ci siamo portati il terrorismo dentro casa, aiutando gli Stati Uniti a mietere vittime innocenti tra quelle tribù di confine che in passato hanno difeso il nostro paese contro minacce esterne”, dice Adil, “in 9 anni abbiamo ucciso 50.000 civili, fornendo ai talebani afghani il capro espiatorio per raccogliere seguaci presso le popolazioni tribali, appartenenti alla loro stessa etnia e cultura Pakhtun, e aizzarceli contro”.

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Il recente blocco dei rifornimenti al contingente USA in Afghanistan nella provincia frontaliera Khyber Pakhtunkhwa, in in cui il partito di Imran Khan ha ottenuto, la maggioranza dei seggi, e’ la prima concreta dimostrazione di forza contro l’interventismo militarista americano. “Costringeremo Washignton a cessare l’utilizzo di droni killer nel nostro territorio, per permetterci di negoziare una tregua coi talebani che porti il conflitto fuori dal nostro paese una volta per tutte”, afferma Adil. “Il partito di Imran Khan non è diverso dai partiti che sono attualmente al potere”, puntualizza Heyder, “vorrà forse la fine della guerra, ma si è già espresso contro la redistribuzione della terra”.