Bastano dieci dollari per acquistare dai contadini indigeni un credito CO2 su eBay, eliminando dall’atmosfera una tonnellata di gas a effetto serra. È quanto promette la CAAC, una società americana fondata da un missionario anglicano vent’anni fa. Ma in Tanzania, il paese che dovrebbe beneficiarne, non credono più al progetto. E intanto i piantatori, che hanno ottenuto (con ritardi enormi) pagamenti più miseri di quanto promesso, per sopravvivere riprendono ad abbattere gli alberi.
 

A prendersi cura del pianeta c’è il rischio di essere truffati. Soprattutto in un’epoca dove la lotta al riscaldamento planetario si è trasformata in un lucroso business. Con una carta di credito e qualche clic del mouse, chiunque può oggi vantarsi di combattere il cambiamento climatico. Basta andare su uno dei tanti siti web che chiedono un contributo per aiutare i contadini poveri del mondo a rinfoltire le loro foreste tropicali capaci di assorbire CO2.
 
Proviamo anche noi a rinverdirci la coscienza facendo shopping sul negozio eBay della società americana Clean Air Action Corporation (CAAC) che gestisce un progetto di riforestamento in Tanzania. Con soli 10 dollari (circa 7,5 euro) acquistiamo il nostro bel credito CO2 eliminando dall’atmosfera una tonnellata di gas a effetto serra, quanto ne produce la nostra auto ogni 100 Km. Così almeno dice l’attestato recapitatoci via email. Ma come possiamo esserne sicuri?. Lo chiediamo a CAAC in qualità di utenti eBay.
 
“Un albero deve avere almeno 20 anni per assorbire una tonnellata di CO2″, ci risponde Charles Williams, vice-presidente della società. I piantatori di alberi dovranno dunque lavorare a lungo affinché i nostri 10 dollari facciano del bene al pianeta. Poi su Google troviamo un vecchio rapporto del governo della Tanzania che afferma come CAAC non sia ben vista dalla gente del posto. La notizia ci incuriosisce. È così che il nostro eco-acquisto su eBay finisce per costarci un inquinantissimo volo di andata e ritorno per la Tanzania. Obiettivo: scoprire come CAAC spende i soldi dei benefattori della Terra.
 
Atterrati nella capitale Dar es Salaam, incontriamo il nostro amico giornalista Finnigan Simbeye che ci mette in contatto con Richard Muyungi, Direttore del Dipartimento Ambientale del Vice-Presidente. E’ lui ad avere in mano lo scottante dossier CAAC. Muyungi ci riceve nel suo ufficio. Quando gli riferiamo che gli americani ci hanno rifilato una tonnellata d’aria sporca digerita dagli alberi del suo paese, resta con la mascella penzoloni dietro la scrivania.”Cosa? Non posso credere che CAAC sia ancora in attività”, ci dice. Perche”, lo incalziamo. “Nel 2005 la società ci ha chiesto di sostenere il suo progetto nell’ambito del Protocollo di Kyoto”, ci spiega Muyungi, “Noi abbiamo rifiutato perché gli stipendi che pagava ai locali non ci parevano adeguati. Pensavo che da allora avesse fatto le valigie”.
 
Armati delle rivelazioni di Muyungi, ci mettiamo sulle tracce dei sottopagati piantatori di alberi. Un giorno di viaggio a bordo di uno sgangherato autobus locale conduce noi e il nostro collega Finnigan a Kongwa, il capoluogo in perenne black out della regione di Dodoma, una delle più povere dell’intera Africa. Passiamo la notte lì, nel cuore sperduto della Tanzania, 300 chilometri a nord-ovest di Dar es Salaam. L’indomani, un tassista improvvisato ci sbatacchia per due ore massacrando le sospensioni a forza di sterzate e sbandate su un’inverosimile pista melmosa. Ci fermiamo in mezzo a un mucchio di capanne di terra secca e paglia, tra gli sguardi sbigottiti degli abitanti che ci scambiano per turisti smarriti. L’autista si sporge dal finestrino, s’informa e ci riferisce: “Siamo arrivati, eccoci a Chamkoroma”.
 
Il leggendario villaggio anti-CO2, indicato da Muyungi, esiste dunque davvero. “C’è qualcuno che pianta alberi?”, chiede Finnigan in giro facendoci da interprete. Due giovincelli si avvicinano e ci fanno strada a piedi nella boscaglia, fino a una chiesa assediata dai fedeli domenicali. Entrano e riescono poco dopo, scortando un ometto di mezza età vestito di grigio. “Salve, sono Raphael Chinolo, pastore della parrocchia locale”, si presenta lui sorridente, prima di svelarci l’inatteso retroscena messianico della sua crociata contro i diabolici gas a effetto serra.
 
Per anni le campagne di Chamkoroma erano state vittima del disboscamento per via della vendita di legname e della coltura intensiva di mais. Poi, nel lontano ’98, il missionario anglicano Ben Henneke è partito dagli USA per avventurarsi tra i contadini locali che ha reso suoi seguaci offrendo loro la terra promessa: “venderò in Occidente i crediti CO2 prodotti dai vostri alberi e vi farò ricchi”. Ed è così che Uncle Ben ha benedetto Chinolo mastro-piantatore affidandogli il sacro compito di organizzare i suoi compaesani in “confraternite” votate a restituire il verde al creato.
 
Qualche anno prima, Henneke aveva però pensato bene di trasformare in business la sua religiosa vocazione ad aiutare i bisognosi. E’ infatti lui che nel lontano 1994 ha fondato CAAC registrandola nello stato americano tax-free del Delaware. Forte di 1.7 milioni di dollari di finanziamenti dall’agenzia di cooperazione americana USAID e dal colosso petrolchimico Dow Chemicals, Henneke ha catapultato CAAC oltreoceano lanciando il Programma internazionale di riforestamento TIST. Gli oltre 80 villaggi coinvolti in Tanzania sono stati solo l’inizio di un’iniziativa filantropico-commerciale che si è progressivamente estesa a Kenya, Uganda, India, Honduras e Nicaragua. Oggi, la società americana impiega oltre 50.000 piantatori.
 
Fino al 2009 ha tirato su 7 milioni alberi e fino al 2010 ha complessivamente venduto 16.000 tonnellate di crediti su eBay e altri canali di vendita compresa la Banca Mondiale. Seguiamo Chinolo su in collina, fin davanti a una catapecchia immersa in una foresta di eucalipti. “Io vivo qui – dice – tutt’intorno ci sono i 35.000 alberi che ho cresciuto negli ultimi dieci anni col mio gruppo. Ci abbiamo passato tra le 3 e 6 ore al giorno, soprattutto durante la stagione secca quando bisognava attingere acqua da una sorgente lontana”. A un tratto si piega in avanti per accarezzare una fila di piantine adagiate nel cortile dove scorazzano i suoi bambini insieme alle galline. Cosa sono quelle?, gli chiediamo. “Gli alberi-bebè che dobbiamo ancora piantare”, risponde, “Però c’è un problema. Molti piantatori si lamentano di essere pagati poco e in ritardo.
 
Io stesso ho piantato i primi 5.000 ettari nel 2000, ma il primo pagamento mi è arrivato solo nel 2007″. A riprova, il prete-piantatore ci conduce in casa e da una pila di cianfrusaglie tira fuori una ricevuta bancaria. “Guardate: nel 2009 al mio gruppo sono stati pagati solamente 1.797 alberi”. Notiamo, inoltre, che lo stipendio annuale per ciascuna pianta è di 16 centesimi di dollaro, non i 20 cents (circa 15 centesimi di euro) che ci aveva indicato il vice di Henneke nella sua risposta via eBay. Mentre pranziamo con fagioli a polenta di manioca, generosamente preparati dalla moglie di Chinolo, ci rende visita una donna in abiti sgargianti.
 
“Salve, mi chiamo Verian, anch’io pianto alberi”, fa lei, sventolando un foglio di carta sopra il capo avvolto in un turbante. “Io e gli altri 11 membri del mio gruppo abbiamo iniziato a piantare nel 2004, ma il nostro lavoro ci è stato pagato solo nel 2009″. Ci porge il foglio, che si rivela un’ulteriore ricevuta bancaria. Calcoliamo. Importo totale per l’intero gruppo: $ 44. Cioè 4 miseri dollari per ciascun membro in cinque anni. A parte l’ombra fresca del fogliame, ramoscelli da ardere e qualche cesta di frutti di acacia, limoni e mango da vendere al mercato, il “ora, pianta et labora” predicato da Henneke non ha finora reso un granché a Chinolo e agli altri contadini. C’è di più.
 
“Oltre allo stipendio annuale per pianta, i partecipanti hanno diritto al 70% degli introiti derivanti dalla vendita dei crediti”, aveva aggiunto il numero due di CAAC nella risposta alla nostra iniziale richiesta di informazioni. Secondo il contratto firmato con i locali, di cui prendiamo visione, la società si è impegnata a ridistribuire i profitti dopo 20 anni, cioè quando ciascun albero avrà finalmente immagazzinato la sua tonnellata di CO2 pre-venduta su eBay.
 
In attesa di futuri e incerti guadagni, molti compagni di Chinolo si sono tuttavia tirati fuori dal progetto. “Alcuni piantatori hanno addirittura ricominciato a tagliare per vendere legna e a contrabbandare le piantine, poiché guadagnano più così che a far crescere alberi”, svela il nostro infaticabile rimboschitore. Ma questo CAAC non sembra averlo previsto. E, come abbiamo poi scoperto, è proprio questa lacuna che nel 2005 ha spinto la Commissione del Meccanismo di Sviluppo Pulito di Kyoto a bocciare la richiesta di validazione che CAAC ha presentato nonostante l’opposizione del governo rappresentato da Muyungi.
 
Intervistato al telefono, nel suo ufficio oltreoceano, Henneke si difende su tutti i fronti. “E’ possibile che ai piantatori sia stato pagato meno del dovuto a causa di errori nel conteggio degli alberi. Comunque ora abbiamo adeguato gli stipendi, come anche le modalità di quantificazione della CO2″ – afferma il fondatore di CAAC – purtroppo le nostre vendite di crediti sono state più basse del previsto. Questo, unitamente agli elevati costi di gestione e all’impossibilità di attrarre nuovi investimenti attraverso la certificazione “Kyoto” del progetto, ci impedisce di generare i profitti che avevamo promesso ai partecipanti”.
 
A CAAC quindi non resta altra opzione che continuare a vendere crediti dalla Tanzania di dubbio valore, che vengono acquistati alla cieca da privati cittadini o aziende che intendono persuadere se stessi o i propri clienti di avere un’etica “green”. Anche se alla fine a beneficiarne è più la coscienza personale e il marketing che non l’ambiente o coloro che si spaccano le ossa per tutelarlo sul campo. A noi, invece, non resta altra opzione che arrenderci all’evidenza: i crediti CO2 non sono certamente stati il nostro migliore acquisto su eBay.