Siamo a Goma, nell’est del Congo, al confine col Rwanda. Questa città di poveri, oggi nuovamente flagellata dai combattimenti, è uno strategico crocevia del commercio internazionale di metalli preziosi. E’ qui che inizia la nostra avventura per infiltrare il racket militare che continua a fare affari, in beffa all’embargo USA sui “minerali insanguinati”.

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Da quest’anno, Washington obbliga i giganti mondiali dell’elettronica quotati a Wall Street ad assicurarsi che i loro telefonini e computer non contengano metalli che arricchiscono i signori della guerra. Obiettivo: porre fine al finanziamento dei massacri che insanguinano la provincia del Kivu sin dagli anni ’90.

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Nel dubbio, le grandi marche hanno cessato l’import di materie prime provenienti dall’area. Quanto basta a mettere in ginocchio l’economia locale.

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Le frange deviate dell’esercito congolese non aspettavano altro. Hanno reclutato orde di minatori e commercianti rimasti senza lavoro, per allargare la rete dei traffici pilotata dal loro big boss: il famigerato generale Bosco Ntaganda.

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“I militari si riempiono illegalmente le tasche, mentre noi siamo in bancarotta”, si lamenta Christophe Panubule Abubakar, portavoce dell’Associazione degli esportatori di Goma, colpiti a morte dal giro di vite americano. Tramite una prima serie di contatti, scopriamo che una delle vie principali del contrabbando parte dal villaggio di Numbi. Questo pittoresco grappolo di capanne di argilla e foglie secche si annida tra le montagne che sovrastano il lago Kivu, a sud-ovest di Goma. Ci arriviamo dopo 5 ore di viaggio in bus, sballottati su una pista di rocce e buche. Al campo base della Missione di pace dell’ONU (MONUSCO) incontriamo Henri Nkeng, esperto d’intelligence. “Svariate miniere nella valle sono pattugliate da ex-combattenti della Confederazione Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP)”, afferma Nkeng.

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Dopo la tregua del 2009, gli ex-ribelli del CNDP erano stati integrati nelle forze governative e impiegati per debellare le altre bande armate. Ma il loro leader Ntaganda ha recentemente ripreso le armi contro il governo, coalizzando i suoi fedeli commilitoni nella nuova milizia M23. Un voltafaccia a sorpresa per sfuggire al mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità, ordinato dalla Corte penale dell’Aja. E preservare le fortune minerarie del suo clan.

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“Solo i sacchi adeguatamente etichettati passeranno la dogana”, spiega Nkeng. Quelli che provengono da miniere sfruttate illegalmente da uomini in uniforme, siano essi guerriglieri fuorilegge o militari regolari, saranno confiscati”. La riapertura delle ostilità ha però mandato i piani all’aria. Durante la nostra esplorazione diurna nei dintorni di Numbi, le cave fangose che squarciano le colline restano deserte. “I minatori scavano di notte, sorvegliati dai soldati”, dice un abitante del villaggio che affitta la propria casa come deposito clandestino di cassiterite, minerale con cui si produce lo stagno usato per saldare gli apparecchi elettronici, “Le pietre sono mescolate con fagioli e nascoste in sacchi di tela che i portantini si caricano sulla schiena al sorgere del sole”.

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Una discesa in moto-taxi di 20 km lungo stretti e scoscesi tornanti, all’inseguimento dei “fagioli sospetti”, ci porta a Kalungu. In questo villaggio a metà strada tra Numbi e Goma i portantini scaricano i loro 50 chili di minerali camuffati, dopo un’estenuante marcia che gli viene pagata meno di 20 euro. A Kalungu è giorno di mercato. Le viuzze sono intasate di banchi di spezie e camion in attesa di caricare frutta e verdura. “Carico “quei” fagioli almeno quattro volte al mese. Incasso in media 10 euro a sacco”, rivela un trasportatore in partenza per Goma, “Se gli agenti mi fermano per un controllo, gli do’ una mancia e filo via diritto”. Rientrati ​​a Goma, raggiungiamo un ristorante fuori mano. Una persona di fiducia ci ha organizzato una “cena di lavoro” con un paio di commercianti che si riforniscono a Numbi. “Il materiale ci viene spedito sui camion di frutta e verdura”, confermano i due, spiegandoci per filo e per segno cosa succede dopo.

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I sacchi arrivati in città vengono custoditi in segreti punti di raccolta, dove i veicoli militari congolesi li prelevano e li portano al confine per passarli ai colleghi ruandesi, incaricati di consegnarli agli acquirenti oltre-confine. “I soldati ci fanno trasbordare fino a 20 tonnellate di cassiterite a settimana. In cambio, intascano una settantina di euro a tonnellata”, svelano i due loschi personaggi, in attesa che saldiamo il conto al cameriere.

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Di fatto, gli scagnozzi di Ntaganda d’ambo i lati fanno da ponte tra i commercianti congolesi, divenuti trafficanti a forza, e gli intermediari ruandesi che riciclano i minerali e li rivendono ai più grandi esportatori di metalli d’Africa centrale.

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Partiamo alla ricerca del famoso passaggio trans-frontaliero battuto dai militari, seguendo le indicazioni dei nostri amici contrabbandieri.

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Imbocchiamo la “Rue des Acacias”, una via sterrata che devia perpendicolarmente rispetto alla carreggiata asfaltata che conduce al posto di frontiera ufficiale.

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Strada facendo, attacchiamo bottone con due tipi arzilli appostati sulla soglia di una villa. “Operiamo nel business minerario, come la maggior parte dei residenti di questo quartiere”, ammette il più giovane sotto voce, mentre si scola la birra che gli offriamo la sera stessa in un bar.

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Non ci resta che spacciarci per potenziali acquirenti. “Bene, allora venite a trovarci…”, replica il tipo. L’indomani siamo nel loro covo, accolti da un manipolo di venditori di frodo. Ci scrutano con sospetto, mentre uno di loro ci mostra campioni di cassiterite di Numbi. Ce ne andiamo fingendo che la merce non c’interessa. Non prima, però, di aver fatto sbottonare il più loquace dei convitati che dice: “Ntaganda trattiene il 20% del valore dei carichi di minerali diretti a Goma”.

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Prima di rintanarsi nella foresta per riorganizzare la guerriglia, Ntaganda l”intoccabile”, sorvegliava l’andirivieni di veicoli militari e le operazioni di carico e scarico dalla sua residenza-bunker in Rue des Acacias. Avvistiamo l’edificio di sfuggita dietro un’alta recinzione, mentre ripercorriamo la via. Improvvisamente c’imbattiamo in un posto di blocco. “Stop, qui non si passa, dall’altra parte c’è il Ruanda”, ci avverte una guardia, indicando l’improbabile sbarramento di massi mobili in mezzo alla strada. È il corridoio del contrabbando che cercavamo.

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“Controllando i punti di transito, i militari riescono a far rientrare i loro traffici criminali nel circuito legale “, spiega Delly Mawazo, coordinatore dell’organizzazione di attivisti CREDDHO, “Come? Semplice: dopo aver attraversato di nascosto il confine, i minerali congolesi sono mischiati a quelli ruandesi ed etichettati “Made in Ruanda”, finendo impunemente sui mercati internazionali. Nessuno sospetterà mai che in realtà sono stati rubati al nostro paese da chi ha abbastanza armi per impossessarsene”.

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