L’aeroporto semi-vuoto della capitale Harare simboleggia l’isolamento di un paese che se ne sta lì per conto suo, come un gioiello custodito in uno scrigno, pronto a rivelare la sua lucentezza a chi abbia voglia di ammirarlo da vicino.

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L’immagine di una nazione anti-occidentale e l’embargo internazionale legati alle vicende politiche dell’ultimo decennio hanno reso lo Zimbabwe una destinazione poco frequentata.
Ma basta atterrarci e andarsene a zonzo per rendersi conto che la quotidianità è assai diversa da ciò che traspare dal sensazionalismo dei media.

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Nel centro di Harare inaspettati grattacieli svettano tra incantevoli nuvole viola, i fiori degli alberi di jacaranda addensati sui pulitissimi viali dove i passanti ci sorridono abbinando la tradizionale amichevolezza africana a una signorile compostezza ereditata dagli ex-coloni britannici.

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Il livello d’istruzione è il piu’ elevato dell’Africa. Prima degli infelici scontri razziali avvenuti sotto il controverso “black power” dell’attuale Presidente Robert Mugabe, nelle università locali insegnavano i professori di Oxford. Trainato dal savoir faire della minoranza bianca, rimasta al potere dall’indipennza agli anni ‘80, lo Zimbabwe era il paese piu’ sviluppato del continente. E mantiene tutt’ora intatto il suo potenziale, nonostante il blocco commerciale imposto da Europa e USA contro il presunto regime repressivo di Mugabe.

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Nella hall del nostro lussuoso albergo incontriamo giovani managers, bianchi e neri, che lavorano gomito a gomito in aziende che fabbricano tecnologie, energia, prodotti alimentari in vendita nelle grandi catene di centri commerciali che paionio spuntati fuori da un film di Hollywood. Senza contare le strade asfaltate e i ponti, spesso avveniristici, su cui viaggiamo comodamente col nostro bus turistico. Altro che sballottamenti su vie sterrate o atraversamento di paludi, come spesso capita quando ci si muove su quattro ruote in altri e ben piu’ battuti paesi africani.

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Strade e ponti ci portano verso l’Est durante il nostro giro in senso orario alla scoperta della “grande casa di pietra”. È questo il significato letterale di “Zim-ba-bwe”, espressione coniata nella lingua bantu’ parlata dall’etnia Shona, la piu’ popolosa del paese. Nome, peraltro, azzeccatissimo. Geografia, storia, cutura ed economia del paese sono tutte scolpite nella pietra. Attraversiamo villaggi dove la gente vive ancora in capanne d’argilla e tetti di foglie secche, ma con dignità.

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Nessuno ci si avventa addosso nei momenti di sosta per chiederci l’elemosina. È così che facciamo la prima tappa al Nyanga National Park, dominato dal monte Nyangami (2592 m), paradiso per gli amanti del trekking e della natura allo stato puro. Cascate e fiabesche fioriture ornano valli e dolci pendii dove lo sguardo spazia senza confini. Ci spostiamo verso sud per arrivare a Great Zimbabwe, il maggiore sito archeologico dell’Africa nera.

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Si tratta di una fortificazione in granito attorcigliata a chocciola intorno a una montagnola di giganteschi massi usati come naturali assi portanti. Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, le rovine della capitale dell’antico regno fondato dagli Shona si estendono su 7 chilometri quadrati. È da questo ciclopico edificio pietroso, sorto nel VII e abbandonato nel XV secolo, che trae origine il nome il paese.

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Tracciando un cerchio verso Ovest, proseguiamo per il Matopo National Park, un labirinto di enormi lapilli vulcanici stagliati su una savana dove trovano rifugio i rarissimi rinoceronti bianchi.

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I bracconieri continuano ancor oggi a predarli per rivenderne a peso d’oro il ricercatissimo corno di cui si vantano inverosimili proprietà mediche.

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Si tratta di una delle prime terre africane emerse dagli oceani e modellate dalle eruzioni preistoriche. Ed è anche la prima zona dell’Africa australe a essere stata abitata dall’uomo.

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Le caverne in fondo ai canyons sono tappezzate di pitture rupestri, opera dei cacciatori e raccoglitori boscimani. Sterminati dagli allevatori e agricoltori bantù discesi dall’Africa centrale all’epoca della colonizzazione bianca, i boscimani sono oramai ridotti a poche centinaia di individui rintanati nella boscaglia.
Scene di caccia e figure di animali, alcuni addirittura estinti, sono state dipinte sulle pareti con sangue animale e fissate con una colla estratta da una pianta autoctona.

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Sul punto più panoramico del Matopo giace la tomba e il museo dell’inglese Cecil Rhodes, il leggendario colonizzatore ed ex-pardone della Rhodesia, nome dello Zimbabwe durante l’impero britannico. L’uomo che a fine Ottocento era il più ricco del mondo sarà eternamente legato a quella che è la pietra piu’ preziosa dello Zimbabwe: il diamante. Rhodes fu infatti il fondatore di The Beers, oggi società sudafricana, leader mondiale nell’industria dei diamanti di cui lo Zimbabwe è candidato a divenire il piu’ grande produttore mondiale.

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Il nostro tour si conclude a nord-ovest dove è situata l’attrazione piu’ nota del paese: le cascate Vittoria.
Create dal fiume Zambesi, il quarto piu’ lungo fiume africano, le maggiori cascate del continente furono scoperte nel 1855 dall’inglese David Livingstone e intitolate all’allora regina d’Inghilterra. Davanti alla statua che immortala il celebre esploratore, un vaporoso fronte d’acqua di quasi due kilometri si getta in un baratro di oltre 100 metri che si apre nell’altopiano roccioso come una profonda ferita. A monte, crociere sul fiume permettono di avvistare elefanti, ippopotami e coccodrilli, mentre i piu’ intrepidi possono lanciarsi in incontri ravvincinati coi leoni nell’ambito del programma di reinserimento nel parco dello Zambesi.

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A valle, il fiume scorre impetuosamente, incassato in una tortuosa gola dove si cimentano i patiti degli sport estremi in acqua spumeggiante e su corde sospese: kayak, rafting, bungee jumping, flying fox e gorge swing. Rientrati ad Harare, abbiamo tempo per fare un salto nella periferia della capitale e restare estasiati davanti al gioco a incastro delle Balancing Rocks (roccie sospese) e alle opere d’arte sparse nel Chapungo Sculptures Park,’ il piu’ grande museo a cielo aperto della rinomata scultura Shona.

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Statue gigantesche e minuscole che ritraggono uomini, donne, animali, reature fantastiche, simboli e usanze del folklore tribale ci circondano sugli 8 ettari occupati dalla collezione composta esclusivamente da pezzi d’autore. Quando modellano a colpi di cesello il duro basalto, gli scultori Shona non fanno altro che liberare la forma artistica nascosta nella rocCia. Almeno questo è ciò che essi credono.

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Ridecolliamo verso casa, anche noi ispirati da un nuovo credo: bisogna venire in Zimbabwe e scavare il paese con i propri sensi per estrarne l’occulta meraviglia.

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Media che hanno diffuso la storia