Quando si tratta del sistema europeo di scambio del carbonio, grandi società come Dow Chemical, ConocoPhillips, e BP preferiscono risparmiare piuttosto che pensare alla loro reputazione “green”. Il sistema europeo di scambio del carbonio in Europa aveva come scopo quello di ridurre le emissioni dei gas a effetto serra. Tuttavia, almeno uno dei metodi utilizzati per riuscirci avrebbe persino innalzato queste emissioni.

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Lo schema era talmente controverso che l’Unione Europea (UE) lo aveva vietato come parte del sistema di scambio nel maggio 2013. Ma alcune grandi multinazionali del settore energetico e chimico, lungi dal non essere interessate al programma, continuano a impiegarlo per controbilanciare le loro emissioni – o quanto meno considerano l’opzione di impiegarlo finchè il divieto non entri in vigore.

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È un chiaro segnale del fatto che quando si tratta di ridurre i gas a effetto serra nell UE, proteggere la reputazione di qualcuno responsabile dei danni ambientali non sembra tanto importante quanto il risparmio. In questo caso, i risparmi sono relativamente pochi, considerando gli standard aziendali. Secondo alcune stime, questi risparmi ammontano a 24 milioni di dollari, una somma irrisoria se rapportata ai 53 miliardi di dollari di profitti realizzati lo scorso anno da Down Chemical, ConocoPhillips e Chevron negli USA, BP nel Regno Unito e Statoil in Norvegia -società che hanno potuto contare sullo schema controverso per ridurre le loro emissioni.

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Le imprese s’impegnao a rispettare i regolamenti UE in materia di emissioni nel modo più economico e vantaggioso” afferma Richard Chatterton, analista del mercato del carbonio presso la società londinese Bloomberg New Energy Finance che fornisce servizi giornalistici e analitici. “Sebbene gli attori del mercato siano liberi di avere un punto di vista etico sul cambiamento climatico, il sistema UE è guidato da economisti”.

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Il programma oggetto di controversie è stato reso possibile perchè la normativa europea in materia di cambiamento climatico richiede che le centrali nucleari e di lavorazione, tra cui filiali di multinazionali statunitensi, rispettino i limiti delle emissioni dei gas a effetto serra: possono ridurre le emissioni (investendo in tecnologie pulite, per esempio) o bilanciarle, acquistando certificati di riduzione delle emissioni di CO2, chiamati volgarmente crediti di carbonio (CER).

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Ciò ha generato una domanda enorme di CERs, strumento stabilito dal Protocollo di Kyoto e monitorato dalle Nazioni Unite per sovvenzionare progetti di mitigazione del cambiamento climatico nelle Paesi emergenti. Un numero limitato di industrie di lavorazione del gas, nella maggior parte con sede in Cina, catturano e smaltiscono un potente gas a effetto serra, il fluoroformio o HFC-23, usato in un’ampia gamma di applicazioni dalla soppressione del fuoco all’incisione al plasma nella produzione di semiconduttori.

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I crediti oggetto di controversia sono diventati enormemente comuni. I 19 progetti di distruzione di gas industriale, originariamente approvati per la gestione del sistema europeo di scambio delle emissioni, hanno prodotto almeno 500 milioni di crediti del valore di 3.3 miliardi di dollari, ovvero la maggioranza di tutti i crediti concessi.

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Nel periodo compreso tra 2009 e 2010, le multinazionali americane hanno acquistato circa 1 milione di crediti HFC-23 ad un prezzo medio di mercato di 16 dollari a credito CER. Tra le multinazionali, Dow Chemical Co. ha acquistato i volumi più grandi per controbilanciare le emissioni di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Spagna e Polonia. Anche ConocoPhillips Chevron e Cabot Corp hanno acquistato volumi notevoli di crediti controversi. I concorrenti dell’UE tra cui Royal Dutch Shell, BP, Statoil, il gruppo RWE tedesco, il gruppo italo iberico Enel-Endesa e il gruppo francese EDF hanno anch’essi provveduto a fare un abuso. Queste 10 società quotate hanno collezionato un totale di $ 254 milioni di crediti controversi per tutto il periodo compreso 2009 e il 2010.

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I dati per il 2011 non stati ancora resi noti. I crediti sono sembrati sospetti ad alcuni gruppi ambientalisti, i quali sono giunti alla conclusione che alcune industrie cinesi e altre non specificate hanno prodotto più crediti HFC-23 del necessario al fine di ottenere il numero massimo di crediti CERs e lucrare sui profitti. Nel 2010, alcuni esperti ONU in crediti CERs hanno chiarito che produrre HFC-23 costituisce frode, tuttavia, in assenza di incentivi monetari, le centrali avrebbero ridotto la produzione. Mentre le istituzioni UE legiferavano di vietare i crediti CER dannosi per il clima, hanno tardato ad imporre il divieto fino al 1 maggio 2013, dopo che le industrie hanno insistito per una proroga.

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Inoltre, una volta supervisionata la concessione dei crediti, le Nazioni Unite hanno modificato metodo, effettuando una riduzione di due terzi al numero di crediti CER “controversi” imponibili. Ciò significa che 52 milioni di CER “controversi” saranno disponibili prima che il divieto entrerà in vigore.

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Chevron ha rispettato tutti gli aspetti richiesti dal regolamento (il Sistema europeo di scambio dell’UE) in tutti i punti in passato e intende continuare a farlo in futuro”, scrive Sean Comey, consulente per i media presso Chevron a San Ramon, in California, in una e-mail. “Ci siamo affidati ad un intermediario finanziario affidabile, JP Morgan, per l’acquisto di crediti CER. I CER acquistati dovevano essere consegnati fisicamente da dicembre 2008 fino al 2012 “, scrive Vanessa Apicerno, specialista di relazioni con i media a Cabot, a Boston, in una e-mail. “Tuttavia, ci siamo assicurati che tutti i crediti acquistati fossero validi e certificati.” ConocoPhillips non ha voluto esprimersi in merito. Dow invece dichiara che smetterà di impiegare i CERs quando scadranno. “Acquistiamo CERs alla luce del sole” dichiara in una e-mail Drea Berghorst, consulente per le pubbliche relazioni presso il Dow Benelux con sede nei Paesi Bassi. “Nel momento della transazione, Dow e in molti casi persino il venditore non sanno effettivamente da quali progetti emergano i crediti CERs”.

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Tuttavia, gli acquirenti possono facilmente scansare il problema dei crediti, se lo volessero, come spiegano alcuni esperti in scambio di carbonio. Nel caso di transazioni allo scoperto, gli acquirenti possono richiedere al venditore di svelare l’origine dei crediti, come dichiara Chatterton della Bloomberg. “Ora è possibile differenziare i tipi di crediti, coloro che scambiano carbonio vendono crediti “verdi” o non-crediti HFC 23” afferma Rob Elsworth, funzionario amministrativo presso Sandberg, centro di ricerca con sede a Londra che si occupa di determinare in quale misura le società si affidano a crediti sospetti. In modo non sorprendente, il prezzo dei crediti -che saranno presto vietati- è crollato da 33 dollari per tonnellata di emissioni di CO2 a meno di 6 dollari nel mese di febbraio.

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I contratti futuri sui crediti standard (che comprendono anche i crediti HFC-23 costituiscono ancora più del 95% dei volumi di crediti negli scambi di carbonio” afferma Sara Ståhl, amministratore delegato, sezione marketing internazionale, presso la Green Exchange International, una delle società più grandi nel settore dello scambio di carbonio, con sede a Londra. “Tuttavia, costano 46 centesimi in meno delle nostre CERplus futures,” che non comprendono i crediti HFC-23. Ciò significa che se si acquistano tutti i crediti disponibili sospetti per un valore di 52 milioni, le società in UE risparmierebbero meno di 24 milioni di dollari. Se questo costituisce un indicatore per calcolare quanto sono “verdi” le società, le società non sembrano darci molta importanza.

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