La crisi alimentare nel Corno d’Africa sta portando alla ribalta il ruolo controverso dei biocarburanti nel continente africano. Dato che il Kenya e l’Etiopia hanno ceduto ben 700.000 ettari di terreni a investitori stranieri, si pone ora la questione di determinare se i biocarburanti rappresentino un’opportunità di sviluppo o una nuova forma di colonialismo.

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UE e USA intendono incrementare il consumo di energia pulita.

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Tuttavia, data la scarsità dei terreni coltivabili della regione, quest’obiettivo ambizioso farà triplicare le importazioni di agro-combustibili, attualmente fornite da Asia e America latina. Ben prima del 2005, alcuni investitori lungimiranti avevano già previsto questa situazione e si erano diretti verso il continente con la più grande disponibilità di terra coltivabile a basso costo.

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Gli 807 milioni di ettari di terra poco sfruttati rappresentano 15 volte ciò che l’agenzia energetica internazionale considera necessario per soddisfare la crescente domanda globale di biocarburanti nei prossimi vent’anni. Da allora, circa 50 imprese occidentali, principalmente europee, hanno avviato un centinaio di progetti in più di 20 paesi africani, con concessioni che coprono un’area totale di almeno 3.2 milioni di ettari, area comparabile all’estensione dell’Irlanda.

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Alcuni governi africani, nel frattempo, hanno cercato avidamente di trarne profitto. Nel 2006, un blocco di 16 nazioni aveva formato ciò che sarebbe diventato il GREEN OPEC, un’iniziativa congiunta volta alla promozione della produzione locale e l’utilizzo di biocarburanti, con fondi da reinvestire per migliorare l’agricoltura.

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“Non c’è nessun progetto per costruire raffinerie, tanto meno obblighi per gli investitori esteri di immettere parte dei ricavi nel mercato nazionale” afferma Jamidu Katima, Professore di Ingegneria chimica all’Università di Dar es Salaam in Tanzania, esprimendosi circa l’adozione nazionale di nuove linee guida concernenti i biocarburanti l’anno scorso.

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La corsa alle coltivazioni per la produzione di combustibile hanno portato a un’impennata dei prezzi dei cereali durante la crisi alimentare nel 2008, innescando così una diatriba tra le ONG e coloro che lucrano sull’energia pulita. Nel 2009-2010, circa l’80% dei biocarburanti che accendeva i motori britannici proveniva da riserve alimentari utilizzate anche per la produzione di mangimi animali, secondo l’Agenzia britannica dei carburanti rinnovabili (Renewable Fuels Agency).

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Secondo gli investitori, la jatropha, un arbusto originario dell’America centrale, costituisce la risposta alle critiche dell’opinione pubblica, poichè si tratta di una pianta che cresce anche in terreni aridi e ostili all’agricoltura. Tuttavia, una ricerca della FAO mostra che il sedicente “miracolo delle piantagioni” potrebbe essere meno miracoloso di quanto sbandierano gli investitori.

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“Coltivare la Jatropha su terreni aridi e ricavarne profitti è un mito” sostiene Peter Auge, amministratore locale dell’impresa britannica Sun Biofuel, “la jatropha necessita d’acqua, concime e pesticidi per poter fornire alti rendimenti” continua. La piantagione di Auge si trova in uno dei terreni più produttivi della Tanzania, che ha un regime pluviometrico non inferiore a 100mm “ come pubblicizzato sul sito web della Sunbiofuels.

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Lo scorso novembre, alcune proiezioni fornite dall’Istituto delle politiche ambientaliste europee avevano preannunciato che i braccianti sfollati sarebbero stati obbligati a tagliare alberi in altre zone per coltivare le loro piantagioni. Si stima che l’anidride carbonica CO2 sprigionata da una tale deforestazione superi i requisiti di risparmio di carburante ed emissioni di CO2 delle forniture di energia pulita in Europa, che potrebbero registrare un incremento dal 35% (nel 2011) al 60% (nel 2018).

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“Poichè sappiamo relativamente poco sulla jatropha, potremmo aver sopravvalutato i suoi vantaggi” afferma David Omom, Direttore Senior presso il Pöyry Management Consulting, impresa del settore energetico con sede a Londra. “Se la coltura richiederà molte risorse o altre coltivazioni, finirà per essere dispendiosa, poco sostenibile dal punto di vista ambientale e potrebbe persino non riuscire a fornire il mercato europeo”.

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I costi più alti del previsto hanno già indotto molti colossi dell’agro-energia a compiere un passo indietro.. D1 Oils con sede in Regno Unito ha bloccato i piani di esportazione dopo il fallimento nel 2009 della sua joint venture con la British Petroleum e ha espresso incertezze sul potenziale di mercato della jatropha. L’anno scorso, GEM Biofuels, operante in Madagascar, ha sospeso la sua attività alla Borsa di Londra per un periodo di quattro mesi. ESV Bio Africa ha invece lasciato il Mozambico due anni fa. Approccio comunitario ”I fallimenti aziendali nel settore agro-energetico possono avere ripercussioni non solo sugli azionisti, ma anche sui mezzi di sussistenza delle comunità locali. Nel 2009, Bio Energy Africa ha abbandonato la sua joint venture specializzata in bio-etanolo con il governo in Mozambico.

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Il risultato: migliaia di braccianti hanno perso il diritto di coltivare la terra assegnata nell’ambito del progetto e di ricevere il proprio compenso per il lavoro stabilito dal contratto.

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Meghan Sapp, Segretario Generale della rete con sede a Bruxelles Partners for Euro-African Green Energy rileva che a seguito della crisi finanziaria, “la maggior parte delle grandi monocolture di jatropha hanno perso competitività e sostegno finanziario.” Altresì, ulteriori finanziamenti UE “dovrebbero essere resi disponibili per progetti di piccole dimensioni, integrati e veramente sostenibili ” concorda Lorenzo Cotula, Ricercatore senior presso l’Istituto Internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo. “Ampie piantagioni commerciali inducono numerose comunità rurali a emigrare dalla loro terra. Invece, la produzione di bio-carburante autogestita può offrire loro energia a basso costo e fonti complementari di reddito.

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“Diversi investitori hanno mostrato interesse per questo approccio basato sulla comunità.” “Ai nostri agricoltori in Mozambico sono forniti i sementi di Jatropha da coltivare sulla propria terra, con la possibilità di vendere i semi di nuovo a noi”, dice Chris Hunter, direttore e co-fondatore dell’impresa britannica Viridesco “Aiutiamo le piantagioni più piccole che si rivolgono ai mercati mondiali in via di sviluppo, al contrario di grandi monocolture che servono le esigenze energetiche del mondo sviluppato”

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