In Africa, le società britanniche hanno acquisito molti più terreni agricoli di qualunque altra società di altri paesi per colture oggetto di controversie per la produzione di biocarburanti. Metà dei 3,2 milioni di ettari di terreni destinati alle colture per biocarburanti – negli stati tra il Mozambico e il Senegal- è posseduta da 11 aziende britanniche, un numero più alto che in qualunque altro stato.

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Il carburante liquido ricavato dalle piante – come il bioetanolo -è considerato da alcuni come un possibile surrogato ecologico del combustibile fossile. Poichè i terreni sono impiegati sia per le coltivazioni che per i biocarburanti, questi ultimi sono anche stati collegati al prezzo record degli alimenti e all’aumento della fame. Esiste anche il timore che possano incrementare le emissioni di gas a effetto serra.

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Le legislazioni britanniche ed europee hanno creato un mercato che richiede il miscelamento di crescenti quantità di combustibili fossili in petrolio e diesel, ma ad aprile queste leggi sono state giudicate immorali e controproducenti dal Consiglio di Nuffield (Nuffield Council) relativo alla commissione di bioetica.

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Non esiste un registro centrale delle acquisizioni di terra in Africa, ma le ricerche condotte dal The Guardian hanno rivelato la portata della corsa ai biocombustibili in Africa sub-sahariana – 100 progetti e 50 aziende in più di 20 stati.

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La società Crest Global Green Energy possiede la più grande quantità di terreno mai registrata, 900.000 ettari in Mali, Guinea, e Senegal. Il dirigente Tom Stuart ha dischiarato: “È vero che in alcuni casi le colture per i biocarburanti sostituiscono quelle alimentari, ma noi “inter-coltiviamo”, ovvero gestiamo tante colture alimentari quanto quelle per biocarburanti nei terreni marginali che utilizziamo per uso agricolo. C’è un importante elemento sociale nei nostri progetti: tutte le persone del posto devono darci l’autorizzazione, e questo è scritto in genere nei contratti a livello di governo.

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Sun Biofuels, un’altra società britannica, ha affittato 8.000 ettari di terreno in Tanzania dove cresce la Jatropha Curcas , un arbusto non commestibile i cui semi ricchi di olio possono essere trasformati in biodiesel. “Inizieremo a raccogliere e produrre fra due anni ” ha detto Peter Auge, amministratore in Tanzania. “Il nostro principale obiettivo è esportare in Europa.” Affermare che la coltura della jatropha curcas utilizzata per la produzione dei biocarburanti non entri in conflitto con le colture alimentari (perchè la pianta cresce facilmente su terreni marginali e aridi pertanto inadatti alle altre colture), è un fatto ormai smentito persino all’interno dell’industria stessa. “Coltivare la Jatrhopa in modo redditizio su terreni aridi è un mito. Essa necessita di acqua, fertilizzanti, pesticidi per garantire grandi rendimenti” sostiene Auge.

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Jamidu Katima, dell’ Università di Dar es Salaam, critica le linee guida in materia di biocarburanti adottate dal governo della Tanzania nel 2010. “Non c’è nessun piano per costruire raffinerie, tanto meno obblighi per gli investitori stranieri di destinare parte della loro produzione al mercato interno”. Un altro rischio è che l’uso dei biocarburanti possa aumentare le emissioni di carbonio aumentando la distruzione delle foreste una volta che gli agricoltori sfollati lasciano i terreni.

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L’Istituto per la politica ambientale europea ha affermato che il carbonio sprigionato dalla deforestazione legata ai biocarburanti potrebbe superare il risparmio di carbonio del 35% nel 2011 arrivando al 60% nel 2018. Attualmente, questo impatto indiretto non è stato preso in considerazione dalle linee guida europee per la sostenibilità.

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James Smith, professore di Studi africani e di sviluppo della Edinburgh University , ha affermato: “Gli investimenti privati vanno troppo oltre la nostra consapevolezza sugli effetti dei biocarburanti, quale l’espropriazione delle terre. Quest’azione erode la posizione illuminata del Regno Unito rispetto ai problemi legati allo sviluppo”. Una ricerca non ancora pubblicata dell’organizzazione benefica Action Aid, esaminata dal The Guardian, conferma lo scenario di numerosi progetti che si estendono su milioni di ettari sulle coste orientali e occidentali dell’Africa. “Ho il sospetto che i dati siano alquanto prudenti” ha detto Smith.

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Norman Baker, il segretario di stato liberal-democratico per la politica dei trasporti ha dichiarato: “Ritengo che la sostenibilità dei biocarburanti sia di primaria importanza. Nessun tipo di biocarburante sarà preso in considerazione per il raggiungimento dei nostri obiettivi, a meno che non vengano soddisfatti i criteri di sostenibilità. Ma stiamo spingendo l’Europa a continuare in tal senso per ridurre gli effetti domino, inclusa la deforestazione delle nuove aree”. E ha aggiunto: “ Solamente una piccola parte – meno dello 0.1 % – dei biocarburanti del Regno Unito proviene dall’Africa.

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Se i prezzi del petrolio aumentano“, ha affermato Jeremy Woods, docente di bioenergia all’Imperial College di Londra, “si potrebbe registrare un boom nei biocarburanti. Una volta il prezzo del petrolio era di 70 dollari al barile, i biocarburanti convenzionali e quelli di nuova generazione hanno un costo sempre più competitivo. Quando petrolio e biocarburanti entrano in competizione, entriamo in un mondo completamente diverso”.

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Nel sondaggio del The Guardian, l’Italia è il prossimo paese più grande a far ingresso in borsa con sette aziende, seguita dalla Germania (sei), Francia (sei) e Stati Uniti (quattro). Brasile e Cina hanno acquisito terreni per la produzione di biocarburanti e colture in Africa ma la ricerca ha mostrato che esiste un numero limitato di progetti per i biocarburanti.

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La banca dati dei progetti per biocarburanti in Africa è stata redatta grazie al progetto Africa Reporting dell’Università di Berkeley in California. “Alcuni progetti presentano vantaggi locali grazie a investimenti, manodopera o uso locale del prodotto, ma molti altri no”, ha dichiarato Lorenzo Cotula all’Istituto internazionale per l’ambiente e lo sviluppo, che recentemente ha analizzato 12 contratti concernenti i terreni africani. “Alcuni dei contratti che abbiamo analizzato contengono solo promesse vaghe e inapplicabili. Alcune hanno affitti di 100 anni, a un prezzo veramente molto basso e con priorità di accesso all’acqua”, ha aggiunto. “ Le piantagioni intensive allontanano le comunità rurali dalle loro terre”, ha affermato Cotula. “Al contrario, l’autogestione della produzione di biocarburanti può offrire energia a un costo più basso e fonti di reddito complementari”.

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Il dirigente della Sun Biofuels, Richard Morgans ha dichiarato: “La nostra società produce biocarburanti sostenibili che rispettano le norme etiche- assolutamente si. Accoglieremmo con piacere più alti standard di sostenibilità, ma questi devono essere conformi allo sviluppo economico. Se si è un abitante della Tanzania o del Mozambico e si ha bisogno di un lavoro, probabilmente non si darà troppa importanza a come gli oranghi dormono la notte. È anche offensivo dire che i governi africani non possono gestire i loro affari”. Pochi investitori adottano un approccio basato sulla comunità.

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Diamo ai nostri agricoltori in Mozambico i semi della pianta di jatropha da coltivare sui loro terreni, con la possibilità di rivenderle a noi” dichiara Chris Hunter, della Viridesco che ha sede nel Regno Unito. “Forniamo sostegno alle piantagioni più piccole a fornire i mercati mondiali emergenti,, contrariamente alle grandi monocolture che provvedono ai bisogni energetici dei paesi più sviluppati”.

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Le società britanniche sono state le prime nel 2005 ad arrivare in Africa , ma questo non senza problemi. D1 oils ha bloccato i suoi piani di esportazione e ha iniziato l’approvigionamento sul posto in Malawi e Zambia, in seguito al fallimento nel 2009 della sua joint venture con la BP che dubitava del potenziale di mercato dalla Jatropha. Lo scorso anno, GEM Biofuels operante in Madagascar, ha sospeso le sue quotazioni LSE per quattro mesi.

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La rivelazione del ruolo di primo piano delle società britanniche nel settore dei biocarburanti coincide con i dati di un rapporto della Oxfam, secondo cui il prezzo degli alimenti di base sarà più che raddoppiato nei prossimi vent’anni. Il rapporto definisce i biocarburanti come la principale causa ed esorta i gioverni occidentali a porre fine alle politiche dei biocarburanti che trasformano i cibi in carburanti per le auto. “Camminiamo a occhi chiusi verso un’era di crisi del tutto evitabile” ha dichiarato il presidente della Oxfam, Barbara Stocking. “ una persona su sette nel mondo muore di fame ogni giorno nonostante il pianeta possa nutrirci tutti. Il sistema alimentare deve essere riesaminato ”.

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