Tibet: oltre la cronaca, il genocidio che non si vede. Migliaia di corna di yak appese alle porte delle case. Sono queste, ancor più dei picchi inghirlandati di coloratissime mantra (letterine di preghiera), a colpirci lungo i tornanti che attraversano l’altopiano himalayano. Secondo un’antica credenza servono a scacciare i demoni e proteggere il focolare domestico. Peccato che non bastino a salvare i tibetani dai diavoli cinesi.

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Gli immaginari spiritelli del passato si potevano esorcizzare. Non quelli di oggi, veri e armati, con uniforme verde e bandiera rossa. Quelli che opprimono e corrompono gli animi, condannando all’estinzione il millenario mondo del Buddha vivente. “Ci stanno eliminando pian piano”, commenta Sonam, un attivista locale, “tra qualche decade il nostro popolo non esisterà più’”. Finirà anch’esso, insieme agli dei delle montagne, nelle favole leggendarie dello Shangri-la (nome di fantasia con cui il Tibet viene mitizzato nella letteratura). Matematica del genocidio:Sonam si riferisce a qualcosa di più spietato dei morti di questi giorni. Che si contano solo per resuscitare sui media la tragedia dimenticata del Tibet. Decine, centinaia.

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Si aggiungono ai 1,2 milioni di tibetani uccisi subito dopo la fallita insurrezione del ’59. La grande disfatta che costrinse all’esilio in India il Dalai Lama (reincarnazione di Buddha), capo spirituale e politico del Tibet. Eppure, tutte queste vittime sono nulla rispetto a quelle del genocidio silenzioso, la “soluzione finale” subdolamente pianificata da Pechino. Quella che giornali e tv non mostrano perchè non provoca nè urla nè sangue. Una semplice operazione aritmetica: massimo due figli per famiglia.

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La restrittiva regola sulle nascite, adottata per contentere l’esplosione demografica nella Repubblica Popolare (1,3 miliardi di persone), vale sia per i tibetani che per i cinesi. Ma, fatta la legge trovato l’inganno. “Dietro ciò che ufficialmente sembra un eguale trattamento si nasconde la trappola”, spiega Sonam, “la nostra popolazione diminuisce progressivamente per via della limitata natalità, mentre quella di etnia Han è in costante aumento a causa dell’afflusso di nuovi coloni dalla Cina”. La farsa dell’Autonomia Insomma il motto di Pechino è: non vi uccidiamo, ma vi impediamo di nascere. Una strategia legalmente inattaccabile, condotta con una paziente e fredda sistematicità. Che non lascia scampo. La ferrovia di oltre 4.000Km Pechino-Lhasa, augurata nel luglio 2006, e i lavori di asfaltamento delle vecchie carreggiate dei nomadi servono appunto ad alimentare l’immigrazione cinese.

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Oltre che il dispiegamento di truppe e il trasporto delle risorse minerarie. I giacimenti d’oro, rame e gas, scoperti recentemente, fanno del Tibet una ricca colonia di sfruttamento a cui la Cina non rinuncerà mai. Il risultato di questa politica d’occupazione si misura in cifre. Negli ultimi 50 anni i tibetani si sono ridotti a una minoranza nella loro stessa terra: 6 contro gli 8 milioni di cinesi. A mancare all’appello, oltre ai non nati, ci sono quelli che fuggono all’estero per sottrarsi ai soprusi del regime. Senza contare la nuova tendenza dei matrimoni misti: a prevalere è la componente cinese della famiglia. I figli frequentano università cinesi, parlano cinese, fanno baldoria insieme ai coetanei cinesi nei locali notturni di Lhasa.

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Dietro la parvenza di intergrazione inter-etnica si cela l’ingiustizia. L’insegna “Regione Autonoma del Tibet” (TAR) che adorna gli uffici pubblici è solo uno slogan. A detenere i posti di comando nell’amministrazione e la polizia sono i cinesi. Chi non ha diplomi timbrati dalla Repubblica Popolare non trova lavoro, sennon sottopagato. Come il giovane che ci fà da guida tra i viottoli del Bakhor, il vecchio quartiere tibetano che circonda il Tempio di Jokhang: teatro delle recenti violenze nonostante proprio qui sorga la lapide che commemora lo storico trattato di pace firmato dall’Imperatore cinese nel IX sec. Una foto contro l’occupazione.

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“Mio padre ha perso il suo negozio di vestiti, ora al suo posto c’è un chiosco cinese che vende alcolici e sigarette”, racconta la nostra guida, “Sono rimasto l’unico a portare a casa un pò di denaro, con 1000 yuan al mese (100 euro) devo sfamare 5 persone tra genitori e fratelli. Se avessi una licenza di guida turistica cinese ne guadagnerei 400 in un solo giorno”. Ci fà segno di seguirlo fino a casa sua. In una stanza appartata, dietro una vetrina piena di reliquie, scorgiamo le foto proibite. Quelle di Tenzin Gyatso, Quattordicesimo e attuale Dalai Lama. Temuto dalla Cina come il simbolo della minaccia indipendentista.

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Qualche giorno prima riceviamo lo stesso invito da parte di un monaco nella città di Shigatse. Nella sua minuscola cella, l’ancor più minuta immagine del Dalai si vede solo a un palmo di naso. “Facile da nascondere in caso di controlli”, ci spiffera lui. Custodirla in segreto singifica rischiare la galera. Ma è l’unico modo in cui i tibetani possono sfidare il regime manifestando intimamente il loro dissenso. “Nessuno vuole ritornare all’antiquato sistema monastico-feudale che regnava prima dell’occupazione cinese”, dichiara Sonam, “Chiediamo solo che finiscano le discriminazioni e ci vengano garantiti libertà di pensiero e il diritto a esistere come popolo libero”.
Lo stesso Tenzin Gyatso nel 2005 ha rinunciato all’indipendenza. Ora rivendica solo una più ampia autonomia che consenta ai tibetani di difendere la loro cultura e spiritualità, insieme al loro ambiente naturale. Spie e cemento Non bisognava attendere che scoppiasse questa nuova rivolta, che venissero bloccati telefoni e Internet, per capire che Pechino intende nascondere al mondo il drammatibetano.

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Basta venire qui come turisti, mischiarsi alla folla, sentire sulla nuca i fiato e gli occhi vigili degli agenti che spiano le orde di pellegrini in preghiera. Telecamere nascoste ci riprendono mentre parliamo con uno di loro. Di notte, magari, viene arrestato e interrogato solo perchè sospettato di averci svelato chissà cosa. Non ci resta che far finta di nulla e goderci la vista del Potala Palace (ex-palazzo reale del Lama) che svetta sui tetti di Lhasa. Poi ci saliamo sopra e dall’alto ci accorgiamo che l’antica città incantata del Buddha vivente è oggi una squallida pianura di cemento. I suoi inquinati tentacoli si insinuano sempre più nelle valli dove prima sorgevano gli eremi buddisti. Tutti spazzati via dalla furia dell’esercito invasore di Mao Tse Tung negli anni ’50 e 60′.

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Lo scorso autunno sono state abbattute diverse statue di Guru Rimpoche, una delle figure più sacre del Buddhismo tibetano. Turismo pro-cinese.

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I monasteri più importanti, come Ganden e Sakya, sono in fase di ricostruzione. Vero. Però i lavori sono pagati dai tibetani, mentre a intascare gli incassi dei tour guidati sono soprattutto le agenzie cinesi. Facciamo autopenitenza: noi e gli altri visitatori stranieri stiamo praticamente finanziando il regime di occupazione. E ancora. Il business sfrenato e il bieco utilitarismo portati dai coloni strappano le nuove generazioni dalle tradizioni ancestrali. Quelle che rendono il Tibet così affascinante nell’immaginario occidentale. A compiere il rito della kora (giro sacro) del Monastero Tashilhunpo siamo noi e una coda di anziani e bambini.

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Dei ventenni e trentenni neanche l’ombra. Chissà quanti dei loro figli ricorderanno che quest’anno ricorrono i 430 dall’investitura di Sönam Gyatso, Primo (poi scalato a Terzo) della dinastia dei Dalai Lama. Forse saranno proprio loro i primi tibetani a venerare il “Dalai made in China” che Pechino si appresta a nominare come unico e legittimo successore di Tenzin Gyatso.

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Media che hanno diffuso la storia