“Beijing Olympic Games 2008” urlano gli adesivi sui camion nel parcheggio di Kodari. Ultima città del Nepal prima del posto di confine cinese di Zanghmu. L’unico valico ufficiale tra l’estero e la Regione Autonoma del Tibet (TAR) Lo attraversiamo in incognito con un visto turistico (i giornalisti sono sgraditi).

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Pronti per il viaggio sulla strada che tra pochi mesi condurrà la torcia olimpica sugli 8.800mt del Monte Everest. Ne seguirete la corsa in diretta mondovisione. Milioni di spettatori vedranno, ma non sapranno. Poche ore di riprese zoomate non basteranno a svelare il dramma che si cela dietro l’euforia dell’evento sportivo: un Tibet in via d’estinzione.

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Le nostre macchine fotografiche ci attirano addosso le guardie di frontiera. “Con l’avvicinarsi dei giochi olimpici i controlli si sono inaspriti”, ci spiffera un viandante nepalese. Dei tibetani neanche l’ombra. Pechino proibisce loro di uscire dal paese. E’ attraverso le montagne la sola via di fuga per gli oppositori dell’occupazione. Sfrecciamo via in land-cruiser e diventiamo anche noi come loro: sorvegliati in custodia cautelare.

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Il nostro itinerario è già deciso, vistato e timbrato dalle autorità cinesi. Ricontrollato strada facendo ai numerosi check-point e dalle auto di pattuglia lungo la spettacolare Friendship Highway. Da Nyalaminpoi patinate pubblicità stradali ci invitano a scoprire le bellezze artistiche di un Tibet che non c’è più. A meno di non volerne ricomporre a pezzi: cumuli di macerie confuse con le guglie rocciose torreggiano sui tornanti che s’inerpicamo attraverso l’altipiano himalayano. E’ quel che resta dei 6.000 monasteri buddhisti.

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Rasi al suolo nel ’50 dall’invasione di Mao Tsetung. La propaganda l’ha ribbattezzata “liberazione pacifica” del Tibet, come si legge nei libri-souvenir in vendita nei duty free dell’aeroporto e sull’obelisco di cemento difronte al Potala Palace di Lhasa, antica capitale e residenza del Dalai Lama (capo politico-religioso, dal ’59 esiliato in India). Dai tempi della Rivoluzione culturale è passato mezzo secolo e con esso la moda delle conquiste militari.

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Oggi l’ex-regno del Buddha vivente si domina non più con le armi, ma con le strade. Entro il 2010 l’80% delle carreggiate tibetane saranno asfaltate. Obiettivo: trasportare materiale per costruire nuove città e coloni cinesi per riempirle. La “via olimpica” che Pechino intende prolungare dal villaggio di Tingri fino ai ghiacciai a quota 5.200 è solo la punta dell’iceberg. Gli ambientalisti avvertono sui rischi per l’ecosistema.

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Il governo controbatte promettendo che la strada asfaltata di 110Km (e in futuro anche un albergo !!!) faciliterà ai viaggiatori la foto cartolina davanti al “Tetto del Mondo”, oggi raggiungibile solo con un tortuoso sterrato. Lo scorso aprile una protesta dell’Ong “Students for a Free Tibet” al Campo Base dell’Everest. ha costretto Pechino a sospendere i lavori da 14 milioni di euro per evitare cattiva pubblicità sui media. Una petizione contro l’oppressione cinese è stata recapitata al Comitato olimpico dagli attivisti internazionali che incitano al boicottaggio dei Giochi. Tuttavia è deciso: dopo aver compiuto da marzo a giugno un giro-record del pianeta da 137mila Km, la torcia batterà anche il primato di altitudine fiammeggiando sull’Olimpo del dio Qomolangma (nome tibetano dell’Everest).

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Tappa a Shigatse, seconda piu’ popolosa colata di cemento dopo Lhasa.

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Le foto del Panchen Lama: (che per tradizione designa il successore del Dalai), o meglio quello fantoccio nominato da Pechino, ornano il monastero di Tashilhunpo. All’ora di pranzo ne emergono folle di monaci provvisti di telefonino che all’austerità della mensa monastica preferiscono la TV cinese nei risoranti cittadini. “Il business sta corrompendo lo spiritualismo dei tibetani”, ammette la giovane Nina. Seguendo le tonache arancioni ci ritroviamo in una via commerciale in finto stile tibetano, dove si vendono imitazioni dei thangkae delle altre reliquie sacre distrutte dall’”esercito di liberazione” di Mao.

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Nelle valli del mitico “Shangri-La”, oltre al misticismo si sta esaurendo anche l’aria pura. Nonostante i 4000mt di altitudine, i centri abitati sono fabbriche di CO2. Maschere anti-smog proteggono i passanti contro i tubi di scappamento e i comignoli che sputano fumo di sterco e cartone.

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Unici combustibili visto che dai ricchi giacimenti del TAR il metano viene spedito via gasdotti direttamente a Pechino. Lhasa, ex-leggendaria “Città proibita” ridotta ad inquinata metropoli cinese, è ormai vicina. Ad avvisarci è l’addensarsi delle bandiere della Repubblica Popolare sui tetti delle case. “Sono messe lì per ostentare agli stranieri la nostra lealtà alla Cina”, ironizza il giovane Mazang. A regalarci gli ultimi frammenti del Tibet che fù sono le mantramulticolori sullo sfondo dei picchi innevati e gli inviti a bere il tipico thé di burrocoi nomadi. Viaggiano da una fiera all’altra sui trattori-cart, cavalcandoli orgogliosamente come fossero i destrieri del passato. Molti di loro abbandonano la steppa per la città. Le comodità urbane l’hanno vinta sugli stenti della vita pastorale.

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Il prezzo è l’accettazione delle regole cinesi. Come la restrizione sulle nascite: massimo due figli per famiglia, quelli in più non hanno diritti. Quanto basta a ridurre percentualmente la popolazione tibetana (ormai in minoranza: 6 contro 8 milioni) rispetto a quella cinese, alimentata da una costante immigrazione.

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I cinesi affluiscono perché trovano facilmente lavoro, qui non hanno concorrnza visto il basso livello di istruzione dei tibetani”, commenta una trentenne vestita all’ultima moda. Odia i night-clubs cinesi a Beijing Road, fonte di depravazione dei suoi giovani compatrioti tibetani. Però ha ottenuto un diploma universitario in Cina e un impiego statale che le vale 20 volte lo stipendio medio. E’ lei l’espressione della nuova generazione. Quella che in casa tiene nascosta la foto del Dalai Lama (messa al bando da Pechino), ma che al mattino preferisce sedersi in un ufficio del governo piuttosto che prostrarsi in preghiera davanti al millenario Tempio di Jokhang. “Chi vuole guadagnare bene deve studiare in Cina”, si lamenta la nostra guida, “Con una licenza cinese guadagnerei 400yuan al giorno (cfr. 40euro) anziché gli attuali 80—”..

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La modernizzazione che fa rima con “cinesizzazione” balza agli occhi dalle insegne bilingue: lettere cubitali in cinese, microscopiche in tibetano . Ultimo giorno: annullata l’escursione al Monastero ribelle di Drepung. Uno dei pochi ancora intatti e attivi contro la c.d “educazione patriottica” imposta dal regime. Ci spiegano che la polizia cinese vi ha scovato una quarantina di foto “criminali” e lo ha chiuso alle visite. Probabilmente qualche monaco finirà torturato nelle celle dei prigionieri politici. Il carcere di Chushur. E’ poco a Sud di Lhasa. – Chissà se verrà inquadrato dalle telecamere” – ci chiediamo sorvolando l’Everest durante il volo di rientro – quando la torcia olimpica gli passerà accanto?

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Media che hanno diffuso la storia