Lo Shatabdi Express fischia la partenza al binario n.1 della stazione di New Delhi. La locomotrice sussulta e stride, quasi si facesse strada a fatica nella marea umana che si infrange lungo i suoi 200metri di vagoni. Torrenti di persone e valigie calcate sui portantini in giubba rossa continuano a riversarsi nelle carrozze sferraglianti. Poi la moltitudine si dirada, restano soli alcuni grappoli umani appesi ai portelli.
I finestrini ritagliano gli ultimi scorci sui tumultuosi bazaar della capitale. Siamo ormai parte dei 16 milioni di indiani che ogni giorno si spostano lungo la rete ferroviaria inaugurata 160 anni fà dai coloni inglesi per rafforzare il commercio in un territorio esteso quanto l’Europa.

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E’ il treno, più che il Presidente e il Dio Shiva, a tenere unite le diversissime culture della più grande democrazia del mondo. Senza di esso, l’India non esisterebbe. E per intraprendere il nostro ambizioso circuito, anziché 40 giorni in comode cuccette con aria condizionata, ci vorrebbe una vita. Dopo 4 ore e 30 min. facciamo la prima tappa tra i fastosi palazzi rosa di Jaipur, capitale del Rajhastan: la leggendaria terra dei Maragià. Base di partenza per esplorare il più pittoresco degli stati indiani, fino ai villaggi di fango delle tribù indigene Minas e la roccaforte jainista di Jaisalmer, oltre la quale le parate di elefanti cedono il passo alle carovane di cammelli dirette al Deserto del Thar . Trascorsa una settimana, procediamo verso Sud, a ritroso nel tempo. Arrivo mattutino alla stazione di Jalgaon.

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Per trasformare in ricordo le reggie medievali Rajput e addentrarci nelle grotte buddhiste di Ajanta, scolpite nella roccia due secoli prima di Cristo. Un’altra tratta notturna a Est di Bombay e raggiungiamo il grandioso complesso archeologico di Hampi: il cuore dell’antico regno Indù, soggiogato nel XVI sec.dall’impero musulmano dei Mogul di cui ammireremo le vestigia, al termine del viaggio, nella cittadella di Fatehpur Sikri. Insieme al paesaggio e all’architettura cambiano le persone.

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Passando da un treno all’altro discendiamo nella culla profonda della civiltà dravidiana, dove l’etnia indigena è rimasta immune alle invasioni ariane del Nord. La pelle dei viandanti si scurisce, mutano i costumi. Gli uomini indossano tuniche al posto delle braghe a mezza gamba, le donne avvolte nei sari dai colori sgargianti preferiscono gli orecchini al naso anziché i bracciali multipli agli avambracci. Rapide impressioni, fotografie di sfuggita a riti enigmatici, frammanti di chiacchiere in lingue diverse (se ne contano 1600 compresi i dialetti) tra i venditori ambulanti che assediano i vagoni in sosta.

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Un’unica costante: la massa gigantesca di umanità che ferve dentro e fuori al treno. Sul suo tracciato sorgono baraccopoli di mendicanti, girovagano scolaresche e greggi, vengono improvvisati speziati fast food per rifocillare i viaggiatori. Il treno in India è un riferimento per tutti: lo aspetta anche chi non lo prende perché, oltre alle persone, porta soldi e speranza. E’ una macchina del futuro che viaggia in un mondo ancestrale. Mentre circumnavighiamo Bangalore, prodigiosa capitale dell’HiTech indiano, le sue luci nel buio sembrano quelle di una galassia lontana. Festeggiamo le due prime settimane di viaggio ad uno spettacolo di danza mimica Kathakali nell’ex-colonia portoghese Fort Cochin. Alla stazione ci attende una sorpresa: la gente attende il treno adagiata non più in terra, ma su delle vere e proprie panchine.

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Un lusso che è il biglietto da visita dello staterello del Kerala, una piccola oasi di benessere nell’oceano di miseria del paese. L’indomani proseguiamo per l’incantevole Allapuzha, con la sua ragnatela di canali e isolette orlate di noci di cocco. E le bizzarra gastronomia dei suoi abitanti: il ratto, intoccabile e venerato come un dio nel Nord, qui nel Sud è “adorato” solo come leccornia culinaria. Tre giorni dopo compiamo il giro di boa della nostra cavalcata ferroviaria, sfiorando a Kovalam la punta meridionale dell’India. Siamo a 2700Km da Delhi dove ritorneremo risalendo la costa est in poco più di una settimana fino alla cosmopolita Calcutta, con tappe d’obbligo ai fantastici templi di Madurai e Konark, e poi piegando a Ovest attraverso le distese smeraldine delle risaie del Bihar. Sulla via del rientro ci attendono le tre massime mete del misticismo indiano. Bodhgaya, dove Siddharta ricevette l’illuminazione divenendo il Buddha. Gli spettacolari Templi del Kamasutra a Khajuraho. E, prima ancora, l’indiscusso luogo-culto dell’Induismo: Varanasi (Benares).

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Ci arriviamo all’alba del 34° giorno.

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Nella semi-oscurità quasi inciampiamo sui corpi assopiti che tappezzano la banchina. Centinaia di famiglie, bambini e anziani, in attesa del prossimo treno di 3a classe che li strappi dalla povertà delle campagne per condurli a quella ignota delle megalopoli. La scena è così impressionante che, un paio di ore dopo, la cerimonia della cremazione funebre sulla sponda del fiume non ci farà lo stesso effetto. Delhi è ancora a 800Km. Ma è la visione della dissoluzione corporea nelle ceneri, l’ascesa al Nirvana prima della reincarnazione, il giusto epilogo e simbolo del nostro “passaggio in India”.

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Un risvegliarsi alla vita, precipitati dall’Eden dello scompartimento di 1° classe giù nel dramma quotidiano del popolo della stazione, la scoperta delle bellezze artistiche e dei magici rituali tramandati da una religione millenaria, il ritorno all’oblio notturno in treno. E così di seguito, come nell’incessante ciclo induista di vita, morte e resurrezione.

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