Un’aria da coprifuoco regna al check-point di Kurchugan, 70Km a nord-ovest del porto ucraino di Odessa. Da questo desolato posto di frontiera tra Ucraina e Moldova sta riemergendo un pezzo di storia che sembrava morto e sepolto: la Guerra Fredda.

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Gli agenti in divisa raccontano che fino a poco tempo fa’ per lo scalo ferroviario transitavano ogni giorno quasi 114 mila tonnellate di merci. A vederla ora la stazione pare abbandonata da anni. Solo il vento della steppa fischia sui binari tagliati in due da un nuovo, invisibile “muro di Berlino”. Un muro dal nome quasi impronunciabile: Pridnestrovskaia Moldavskaia Respublica (Repubblica moldova della Transnistria).

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Uno “stato fantasma” che non esiste su nessuna mappa geografica. Ha un governo, una bandiera e una moneta, ma non è riconosciuto da nessun paese al mondo. A guidarlo è un clan di gerarchi staliniani ed ex-agenti del KGB che nel ‘91 hanno approfittato della dissoluzione dell’URSS e dell’appoggio militare russo per auto-proclamarsi indipendenti dal resto della Moldavia.

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Nel ’92 un cessate il fuoco internazionale ha sospeso il sanguinoso scontro armato col governo centrale di Chisinau (1.500 morti). Da allora, la Transnistria è divenuta l’ultimo feudo sovietico del pianeta.

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Ma la patina di “democrazia socialista” che ammanta il Palazzo del Soviet supremo (parlamento) nella capitale Tiraspol è solo una copertura. A comandare in realtà è la gang mafiosa di Igor Smirnov. Il Presidente-dittatore è riuscito a trasformare il fazzoletto di terra incuneato tra la sponda Est del fiume Dniestr e il confine ucraino nel più grande “hub” europeo dei traffici criminali. Un “supermercato tax-free” che ricicla merci e denaro, dove si arricchiscono investitori anonimi (soprattutto russi, ma anche occidentali) e riforniscono di armi le organizzazioni terroristiche di mezzo mondo.

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Ancora oggi il conflitto congelato tra il governo ufficiale di Chişinău e quello “fuori legge” di Tiraspol sembra destinato a finire nell’oblio della diplomazia internazionale. I negoziati di pace condotti dall’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) sono stati portati avanti per oltre 14 anni senza successo.

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Da poco più di tre mesi, invece, la situazione si è ribaltata drasticamente. Lo scorso aprile il Presidente Smirnov ha interrotto i negoziati e annunciato per il prossimo settembre un referendum con il quale la Transnistria deciderà se rimanere parte della Moldavia o separarsene definitivamente.

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Una soluzione unilaterale è inaccettabile per la Comunità internazionale”,  commenta Klaus Neukirch,  portavoce OSCE, “ L’integrità dello Stato moldavo è un principio riconosciuto da tutti, Mosca compresa”.

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La decisione di Smirnov è giunta dopo che Ucraina e Moldavia, col supporto UE, hanno imposto il blocco dell’export illegale proveniente dal piccolo protettorato russo. Una prova di forza sufficiente a dissotterrare il conflitto dalle sabbie dello status quo, catapultando la Transnistria al centro della contesa geopolitica che dalla conferenza di Yalta oppone Occidente e Russia nell’Est europeo. Contesa che è ormai giunta alla resa dei conti visto che l’allargamento a Bulgaria e Romania nel 2007-2008 porterà l’UE a diretto contatto col confine moldavo. Per ritorsione, la Repubblica secessionista ha inoltre bloccato tutti i collegamenti Est-Ovest attraverso il suo territorio.

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Per aggirare il blocco, i traffici tra Moldavia e Ucraina sono stati deviati a Nord e a Sud, attraverso i ‘regolari’ confini  tra i due paesi“, spiega  Joachim Haack, caposquadra dei 6 euro-agenti che affiancano le 160 guardie ucraine di stanza a Kurchugan. Anche le reazioni russe non si sono fatte attendere. Il Presidente Vladimir Putin ha convocato a Mosca una maratona di riunioni tra i suoi più fedeli protettorati (oltre alla Transnistria, i due enclavi non riconosciuti del Caucaso, Ossetia del Sud e Abkhazia) che il 4 luglio hanno sottoscritto un patto di mutua cooperazione.

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All’origine della crisi che pare rievocare la vecchia contrapposizione tra i “blocchi” c’è il nuovo accordo doganale ucraino-moldavo. Firmato a fine 2005 con l’impulso di Bruxelles e di Washington e l’opposizione di Mosca, l’accordo obbliga i doganieri ucraini a respingere le merci provenienti dalla Transnistria prive del timbro ufficiale moldavo. Essendo il confine ucraino l’unica via di sbocco, le imprese che vogliono esportare non hanno altra scelta che registrarsi a Chisinau e assoggettarsi alle autorità ufficiali della Moldavia.

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L’obiettivo dell’intervento è sottrarre progressivamente l’economia della Transnistria al controllo assoluto di Smirnov in modo da annientare le basi del suo potere.

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Per anni il governo ucraino, ubbidendo ai diktat di Mosca, aveva chiuso gli occhi sulle irregolarità doganali. La vittoria della coalizione filo-europeista del Presidente Viktor Yushenko nel dicembre 2004 ha impresso un cambiamento di rotta. E’ l’occasione che attendeva l’UE per dare attuazione alla sua nuova “Politica di vicinato” e scatenare una guerra senz’armi contro quella che considera una fastidiosa spina nel suo futuro fianco sud-orientale.

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A fine novembre 2005, in previsione dell’imminente accordo, la Commissione europea ha insediato una nuova task-force ad Odessa. Il suo nome in codice è EUBAM (EU Border Assistance Mission).

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Dal suo quartier generale la missione coordina 70 agenti doganali messi a disposizione da 16 Stati membri (uno dall’Italia) e distaccati, oltre che a Kurchugan, lungo l’intero fronte di 405 Km tra Ucraina e Transnistria: una nuova “cortina di ferro” che li separa dai 1.500 uomini lasciati in dote a Smirnov dall’ex-Armata rossa per scoraggiare eventuali azioni di forza da parte di Chisinau.

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Dall’inizio della missione abbiamo intercettato traffici di vario genere, ma soprattutto circa 80mila tonnellate di pollo rivenduto clandestinamente dalla Transnistria in Ucraina”, spiega Gianpiero Catozzi, responsabile amministrativo dell’EUBAM, “Un business da 56milioni di euro in soli sette mesi!”.

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La svolta però è giunta il 3° marzo 2006, data in cui è entrato in vigore il nuovo regime doganale. La task-force UE è venuta così ad assumere un compito cruciale che l’ha messa in diretta rotta di collisione col Cremlino: assicurarsi che le nuove regole vengano applicate senza cedere alle insistenti pressioni russe.

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L’intervento dell’UE e degli USA a sostegno dell’operazione di frontiera ucraino-moldova non può costringere la Russia a rinunciare ai suoi interessi”, dichiara Nikolai Ryabov, ambasciatore russo in Moldavia. Interessi che non sono solo politici, ma anche economici. Dalla fine degli anni ’90 il colosso energetico russo Gazprom, in cambio di forniture gratuite di gas, si è accaparrato una larga fetta dell’industria della Transnistria grazie alla privatizzazione illegalmente avviata dal regime separatista.

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L’UE è tuttavia decisa ad andare fino in fondo. “Intendiamo contribuire alla soluzione di un conflitto che costituisce un potenziale rischio per la frontiera orientale dell’Unione europea”, commenta Ferenc Banfi, Capo dell’EUBAM, “Il rispetto delle nuove regole doganali è una tappa fondamentale verso la riunificazione territoriale della Moldavia”. Per rafforzare i controlli, nei prossimi tre anni la rete degli euro-agenti verrà ampliata e coordinata con le altre agenzie di contrasto al crimine internazionale, come l’Interpol. “Lo staff complessivo aumenterà da 70 a 108 effettivi” annuncia Catozzi.

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Intanto l’Olvia press, la macchina propagandistica di Tiraspol, continua a fomentare il nazionalismo e le proteste di piazza sparando a zero contro il c.d. embargo voluto dalle potenze occidentali. Sul sito ufficiale di Smirnov c’è addirittura un invito a versare fondi di solidarietà internazionale per alleviare l’immaginaria “crisi umanitaria” di cui sarebbe vittima la popolazione, in realtà abbandonata alla miseria dallo stesso regime (il reddito pro-capite è tra i più bassi d’Europa).

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Una farsa appoggiata da Mosca che ha offerto al suo alleato aiuti per oltre 30 milioni di euro e imposto alle dogane russe il boicottaggio punitivo dei prodotti provenienti da Chisinau.  Tuttavia, le resistenze a quello che in realtà è un auto-embargo iniziano ad affievolirsi visto che dall’export dipende il 90% del Pil della Transnistria (dati ufficiali di Tiraspol).

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Ogni settimana si registrano 4-5 nuove ditte, finora ne abbiamo contate circa 180”, rivela Rosario De Blasio, esperto del nucleo anti-frode alla dogana dell’aeroporto di Verona e unico agente italiano all’EUBAM. La crescente accettazione dell’obbligo di registrazione rappresenta un implicito riconoscimento della formale sovranità di Chisinau sull’area controllata da Tiraspol.  Secondo gli analisti internazionali, sarà tuttavia la Russia a decidere se e quando tale sovranità verrà ristabilita nei fatti.

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Media che hanno diffuso la storia