Un cordone di agenti di sicurezza sorveglia il tubo da 3 miliardi di euro che dai giacimenti dell’Azerbaijan porta il petrolio alle nostre stazioni di benzina. Parola d’ordine: tenere alla larga i tremila azeri sfrattati dai loro campi per far posto all’oleodotto più lungo del mondo.

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Costruito da un consorzio internazionale che comprende anche l’Eni, il condotto è divenuto nell’ultimo anno la più sicura fonte di approvvigionamento per l’Europa. E soprattutto per l’Italia che nel 2006 ha importato il 49% del greggio.

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La versione moderna dell’antica via della seta lungo la quale, già a metà ‘800, le carovane di cammelli trasportavano in Occidente il petrolio che proprio in Azerbaijan fu estratto per la prima volta nella storia.

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All’inizio del secolo scorso l’Eldorado azero forniva la metà della produzione mondiale di petrolio. Dopo 80 anni d’isolamento sotto il giogo dell’URSS, risorge ora sulla scena internazionale grazie al Baku-Tblisi-Cehyan (BTC). Dalla sua inaugurazione ufficiale nel luglio 2006 sono state pompate fino ad oggi 17 milioni di tonnellate di greggio.

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L’anno scorso oltre 10 miliardi di euro sono finiti nelle case della compagnia statale Socar e l’inglese British Petroleum che ha in mano la ricca concessione di Chirag Guneshli. Altri 200 miliardi affluiranno nei prossimi 15 anni. Un fiume di denaro che ha incrementato il Pil nazionale del 300% rispetto al ‘97 (il ritmo di crescita più alto del mondo). Denaro sufficiente a garantire prosperità ad una popolazione che per un terzo vive nella povertà, ma che rischia di finire nelle tasche di un governo che ha scalato le classifiche internazionali della corruzione.

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Il capo di stato Ilham Alyev, figlio ed erede del leggendario Heidar che nel ’91 ottenne l’indipendenza da Mosca, si appresta a bissare con le presidenziali del 2008 la vittoria “truccata” ottenuta dal suo suo partito (YAP) alle parlamentari del 2005. Le promesse di democratizzazione fatte agli osservatori internazionali sono state barattate con l’export di oro nero che a fine anno raddoppierà con quello di metano attraverso il nuovo gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE).

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Dall’inizio del 2006 la libertà di stampa è alle strette. I pochi giornali indipendenti hanno subito arresti, perquisizioni e censure per aver criticato il governo o fatto satira sull’Islam (abbracciato dal 93% della popolazione) che qui si mantiene tuttavia moderato.

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L’opposizione politica, già disunita, ha perso l’appoggio esterno. “L’Azerbaijan sta diventando la piccola Russia del Caucaso”, afferma un diplomatico UE a Baku, “Forte del suo ruolo strategico di fornitore alternativo di combustibili, non tollera più intereferenze dalla Comunità internazionale”.

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Incuneato tra Russia e Iran, il regno post-comunista di Alyev è l’unico corridoio attraverso il quale l’Europa e gli USA sperano di portare a casa le enormi risorse energetiche di Turkmenistan e Kazakhstan senza subire i ricatti di Mosca e dei despoti medio-orientali.

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Il futuro del paese resta un’incognita. Oggi il 90% dell’export dipende dal greggio che si esaurirà intorno al 2025.
Il rilancio dei settori alternativi si scontra coi monopoli detenuti dai clan al potere. L’unico effetto del processo di liberalizzazzione voluto dalla Banca mondiale è stato finora la triplicazione dei prezzi interni di gas e petrolio che si è sommata all’inflazione generata dalla massiccia iniezione di petrol-dollari nell’economia nazionale.

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La metà del bilancio statale 2007, finanziato per l’11% dagli introiti del BTC, si è riversata nel settore delle costruzioni dove girano più facilmente le mazzette. Solo il 16% è speso in assistenza sociale, sanità e istruzione. Neanche il 2% per l’imprenditoria e l’agricoltura che, seppur in crisi, rappresenta la principale attività produttiva dopo il petrolio.

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I progetti statali hanno costi esagerati. Molti di loro sono meramente populistici e di scarsa qualità”, commenta il politologo Ilgar Mammadov del Political and Research Advocacy Institute, “oltre alle infrastrutture come ponti e strade, occorrono interventi strutturali che assicurino lo sviluppo a lungo termine dopo che il petrolio sarà finito”.

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L’UE ha stanziato 92milioni di euro per sostenere il programma di ammodernamento 2007-2015 annunciato da Alyev. Ma la fazione conservatrice del regime si oppone alle riforme per una gestione trasparente del denaro pubblico, in particolare i proventi del petrolio che la Socar investe tuttora senza rendicontazione.

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L’arretratezza persiste soprattutto nell’entroterra dove sono dispersi i due terzi degli 8 milioni di azeri.

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Un settimo del territorio è occupato dall’esercito armeno a causa della contesa del Nagorno-Karabakh.

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I negoziati di pace di trascinano da 17 anni lasciando nella miseria un milione di rifugiati a cui il governo strappa i voti in cambio di qualche euro di sussidi e il miraggio di una riscossa armata che nel 2006 ha fatto triplicare la spesa militare.

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La desolazione della campagna contrasta col benessere ostenatato a Baku dove il giro dell’industria estrattiva ha gonfiato gli stipendi. Il boom immobiliare sta trasfomando il volto della capitale. Intorno all’antica cittadella di Shirvan e alle lussuose residenze ottocentesche edificate dai tramontati baroni del petrolio torreggiano le gru, i palazzi e gli albeghi nuovi di zecca.

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Più in là le piattaforme off-shore delle multinazionali petrolifere punteggiano la baia racchiusa a nord dall’apocalittica penisola di Abseron: il posto più inquinato della Terra. Una sterminata distesa di raffinerie in disuso, paludi d’acqua tossica, baracche di operai abbandonate, circondate da una selva di fatiscenti pompe d’anteguerra che succhiano le ultime gocce del pregiato greggio “bianco” (benzina pura).

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L’area costiera che fu’ simbolo dell’era pioneristica del petrolio, è divenuta oggi l’emblema della catastrofe ambientale che si abbatte sul Caspio, uno degli habitat più ricchi del pianeta. Ben 64 delle 300 specie endemiche di animali (tra cui foche, storioni e uccelli migratori) rischiano l’estinzione in Azerbaijan che riversa in mare ogni anno 1.800 tonnellate di petrolio e altre sostenze nocive.

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Proprio a Baku si è svolto a fine maggio il primo incontro tra i paesi rivieraschi firmatari della nuova Convenzione di Teheran che dovrebbe frenare la degradazione dell’ecosistema. Ma forse è troppo tardi. Condé Nast, l’autorevole rivista di viaggio, ha recentemente inserito l’Azerbaijan tra 20 paradisi naturali da visitare prima che scompaiano.

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Media che hanno diffuso la storia