Un manipolo di uomini e donne ci saluta dalla sponda mentre salpiamo in barca lungo il Narmada, uno dei sette fiumi sacri dell’India. I loro occhi neri esprimono un misto di incredulità e rassegnazione difronte alla spietata evidenza: le acque purificatrici che da oltre 2000 anni spalancano ai defunti le porte del Nirvana, il paradiso degli Hindu, stanno diventando ora un inferno per i vivi. Un inferno dove il demonio ha un nome trino: “Sardar Sarovar Dam”.

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La più grande delle 30 super-dighe che hanno condannato all’allagamento la valle e una delle 4000 erette in tutta l’India. Immensi serbatoi dove viene conservata la pioggia che cade due soli mesi l’anno. Serbatoi che portano sviluppo, ma anche devastazione. Circa 50 milioni di persone (un decimo della popolazione) sono state strappate alle loro terre per far posto ai bacini idrici del paese.

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Due Indie in un fiume

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Era il ’61 quando Jawaharlal Nehru, primo presidente indiano, inaugurò la Sardar Sarovar. L’onda di euforia per l’indipendenza appena ottenuta dall’Inghilterra non lasciava presagire lo scontro che stava per opporre l’India di domani all’India di ieri. Oggi, la vicenda di Narmada riassume in modo emblematico il dramma di un popolo costretto a sacrificare le sue radici per tenere il passo della globalizzazione.

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Mentre discendiamo il fiume, aggrappate agli argini appaiono le poche case sfuggite alla corrente. I contadini sfidano la legge di gravità per raccogliere il poco che riesce a germogliare sui pascoli scoscesi. La fertile terra del fondovalle è scomparsa sotto cento metri d’acqua. E con essa i villaggi di Kakrana e Jhakrana. Neanche i templi sono stati risparmiati. Solo quelli in cima alle colline ricorderanno ai posteri le leggende del passato.

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Se ne va così uno dei più antichi insediamenti rurali dell’Asia. Un’oasi incontaminata al centro dell’India, racchiusa tra i monti Vindhya e Satpura, dove per millenni le tribù indigene hanno vissuto in simbiosi con la foresta. Se ne vanno i piccoli a cui bastano pochi litri d’acqua per coltivare una zolla di riso. Scacciati per irrigare le grandi piantagioni che sfamano le megalopoli, per rifornire di elettricità le prodigiose acciaierie e imprese hi-tech che da Bombay conquistano il mondo.

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Un progetto sospetto

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“Dopo 20 anni di lotte è giunta la fine per le comunità indigene”, ammette con amarezza la nostra guida, Medha Patkar. E’ lei il capo storico del Narmada Bachau Andolan (NBA), il gruppo di attivisti che dall’85 si batte contro la mostruisità ingegneristica da 7 miliardi di euro. A colpi di proteste in piazza e ricorsi giudiziari Medha ha convinto la Banca mondiale e gli investitori internazionali a ritirarsi dal progetto, senza tuttavia riuscire a bloccarlo.

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Dall’iniziale altezza di 50 metri la parete di cemento è svettata finora a 119. A inizio ottobre sono ripresi i lavori che la porteranno fino al limite massimo di 138 metri. Ogni metro in più sginifica la morte per decine di comunità. “Da quando si è superato il precedente livello di 110 metri, altri 75 villaggi sono stati sommersi, il loro numero salirà a 248 quando la diga raggiungerà i 122 metri previsti per dicembre”, spiega la condottiera dell’NBA.

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Molti sospettano che si tratti di un pretesto e che i veri beneficiari saranno i grandi complessi industriali e le strutture turistiche d’elite. La stessa Commissione ecologica del Gujarat avverte che l’acqua accumulata non riuscirà a servire oltre il 22% delle zone aride.

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Mezzo milione di diseredati

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L’unica certezza è che mezzo milione di persone sono minacciate dal progetto. La Corte suprema indiana ha ripetutamente decretato che fossero tutte provviste di alloggi sicuri e terreni da coltivare prima che s’innalzasse ulteriomente la diga. Lo scorso luglio una commissione governativa ha pubblicato un rapporto-farsa secondo il quale l’evacuazione è quasi completata. In realtà, solo 11mila delle 80mila famiglie a rischio sono state sistemate.

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“Molti villaggi e nuclei famigliari sotto la soglia di sommersione non sono neppure menzionati nel rapporto”, commenta Medha, cifre alla mano. Poco dopo, l’imbaracazione svolta in un’ansa del fiume e le cifre si tramutano in quotidiana tragedia. Alberi annegati, catapecchie di fango che si sciolgono nel fiume, abitanti appollaiati sui tetti di paglia nella vana attesa che l’acqua si ritiri con la fine dei monsoni estivi. E’ quanto resta del villaggio di Bhadal, al confine tra gli stati del Madhya Pradesh e del Maharashtra.

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Entro dicembre, 175 famiglie andranno sott’acqua. Neanche un terzo è dichiarato nelle statistiche governative e solo le poche uffcialmente proprietarie di un terreno saranno risarcite. Chi per generazioni ha coltivato liberamente le praterie seguendo le consuetudini tribali non avrà nulla.

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I raggiri del governo

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Stessa sorte affliggerà presto i pescatori di Bithada, poco più a valle. Nell’approdo la barca sfiora le abitazioni tanto il fiume si è fatto vicino. I suoi tentacoli penetrano così profondamente negli avvallamenti che molte parti del villaggio sono raggiungibili solo in zattera.

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“Il piano di riabilitazione offerto dal governo è solo un contentino per l’opinione pubblica”, sbotta Krubha Paulraj, un’avvocatessa che aiuta gli analfabeti di Bithada a ottenere dai tribunali un posto dove rifugiarsi quando l’acqua avrà ingoiato le loro capanne. “Chi se ne va riceve ben poco: una somma di denaro insufficiente per comprare un appezzamento edificabile oppure due miseri ettari di terra quasi sempre su suoli incoltivabili”. Promesse inadeguate, spesso neanche mantenute: lo scriveva già cinque anni fa’ la Commissione Mondiale delle Dighe nel suo rapporto indirizzato all’ONU.

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Molte famiglie trasferite su nuovi terreni, inadatti all’agricoltura o a loro volta allagati, hanno preferito ritornare e sopravvivere con ciò che resta nella valle. Altre, allontanate dal tessuto sociale d’origine, prive di istruzione, senza più terra per nutrire se stessi e gli animali da pascolo, finiranno col gonfiare le orde dei poveri.

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Gandhi dimenticato

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Risalito il fiume, raggiungiamo in auto la cittadina di Badwani.. E’ il quartiere generale dell’NBA. Da qui è partita ad agosto la Satyagraha (=movimento per la verità), la lunga maratona di manifestazioni contro i raggiri del governo. “Annegheremo ma non ce ne andremo”, urlavano gli striscioni sventolati fino a qualche settimana fa’ dalle donne indigene.

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Prima di abandonare la valle facciamo un salto al villaggio di Rajghat. Adagiato sull’argine c’è un piccolo memoriale in marmo bianco. Mentre lo visitiamo ci torna in mente la frase: “Per ogni comunità tribale penalizzata, sette ne trarranno profitto”. E’ lo slogan coniato dai fautori della diga per sottolineare l’interesse pubblico dell’opera.

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Pochi di loro sanno che in quel marmo destinato a inabissarsi sono custodite le ceneri del grande Mahatma Gandhi. Uno a cui la matematica non piaceva. Mentre lottava per l’indipendenza del proprio paese un giorno scrisse: “l’interesse pubblico è tale quando porta benessere per tutti”.
Altri tempi, altra India.

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Media che hanno diffuso la storia