Tra Europa e Russia è ormai guerra. Quella del gas. Il summit G8 di San Pietroburgo del 15-17 luglio ha concluso il turno di presidenza russa senza riuscire a ricucire lo strappo della crisi ucraina di inizio anno. Per l’UE l’arma vincente esiste: cercare il metano altrove. Solo cosi riuscirà a ridurre la dipendenza dalle riserve russe (prime al mondo) che oggi garantiscono il 25% dei suoi consumi. Un’arma che tuttavia rischia di sparare a colpo ritardato.

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Negli ultimi mesi Alexey Miller, Presidente di Gazprom, ha lanciato ripetuti ultimatum: il monopolista russo (detenuto dallo Stato per oltre il 50%) chiuderà il gas se l’Eni e le altre compagnie europee non gli apriranno i rispettivi mercati della distribuzione. Più che di una minaccia, si tratta di un astuto bluff. Gazprom spera che lo spettro di nuovi black-out del gas basti a far cedere gli Stati membri. Sa bene che gli occorrerà quasi un decennio per dirottare a est il metano della Siberia, verso gli assetati mercati asiatici e nord-americani.

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All’UE non resta che battere sul tempo l’avversario: diversificare le fonti di approvvigionamento prima che quello sia in grado di diversificare i suoi clienti. Questa la strategia propugnata dall’eurocommissario all’energia Andris Piebalgs nel recente Libro verde sul futuro della sicurezza energetica.

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La diplomazia moscovita ha ottenuto in extremis un accordo di facciata che impegna, ma non obbliga la Russia e i partner internazionali a una mutua apertura dei mercati dell`energia.

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L`unico modo per rendere l`accordo politico giuridicamente vincolante e` la ratifica della Carta dell`energia che il Cremlino si ostina tuttavia a non firmare. Così, al di là delle cerimoniali strette di mano al fastoso Palazzo d’Inverno, la battaglia è destinata a proseguire in trincea. Tra le steppe e i deserti ricchi di metano dell’Asia centrale e del Mondo arabo. Con tali regioni la Commissione europea sta pian piano avviando un negoziato parallelo a quello ufficiale che si trascina dal 2001 con Mosca.

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Questa continua a negare alle compagnie europee l’accesso ai metanodotti russi (a inizio luglio la Duma, il parlamento russo, ha formalmente legalizzato il monopolio di fatto di Gazprom). Grazie ad essi il colosso guidato da Miller controlla non solo il proprio gas, ma anche quello dei paesi confinanti che per arrivare in Europa deve attraversare la Russia. Ecco allora il “piano B” dell’UE: allacciare direttamente ai fornitori alternativi la sua rete distributiva, passando per l’Anatolia e il Mediterraneo.

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Qualcosa inizia a muoversi. Dall’autunno 2005 il c.d. “Processo di Baku” riunisce regolarmente nell’omonima capitale azera i paesi consumatori dell’Europa occidentale e orientale con quelli produttori del Caspio.

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All’ultimo meeting dello scorso febbraio, si è deciso di studiare i modi per finanziare il convogliamento del metano turkmeno, kazako e iraniano verso i gasdotti europei”, rivela un funzionario dello staff di Piebalgs. Trattative simili sono in corso dal 2003 anche con Egitto, Siria, Giordania e Libano, per creare il c.d. “anello mediterraneo” degli idrocarburi.

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L’ambiziosa manovra europea per aggirare le retrovie ‘nemichè rischia però d’incepparsi. “Rimangono due incognite: l’effettiva realizzazione delle tubature per il trasporto e la possibilità di farci passare il gas dei produttori alternativi”, spiega Claudio Berlingieri, consulente in campo energetico per l’UE e la Banca mondiale. Dal 2003, esiste sulla carta un lungo elenco di progetti prioritari per estendere le Reti trans-europee (RTE) dei gasdotti e degli impianti di rigassificaazione.

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Peccato che il bilancio UE non sia sufficiente a finanziare lavori il cui costo è stimato a 100 miliardi di euro (può solo sponsorizzare gli studi di fattibilità). E ancor meno ne avrà in futuro, vista la decisione dei 25 governi di tagliare gli stanziamenti destinati alle RTE nel periodo 2007-2013.

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Le più ottimistiche previsioni per il loro completamento si aggirano mediamente intorno al 2011-2012. Per uscire dall’impasse la Commissione europea ha firmato l’anno scorso un partenariato con le zone transito delle RTE, Turchia e Balcani. Ha inoltre messo in cantiere due nuovi interventi: la nomina di “coordinatori europei” incaricati di risolvere i litigi tra i vari partner e un maggiore coinvolgimento degli investitori privati attraverso uno speciale sistema di prestiti erogati dalla Banca europea degli investimenti (BEI).

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Ma costruire i tubi non basta. “Per diversificare realmente, si deve riuscire a comprare il gas da produttori diversi in concorrenza tra loro”, insiste Berlingieri.

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Il problema è che, a parte l’Algeria, i grandi bacini alternativi d’approvvigionamento restano altamente instabili. Oggi è impossibile firmare credibili contratti di fornitura a lungo termine con polveriere belliche come l’Irak e l’Iran (2° al mondo per riserve di gas) o con dittature inaffidabili come l’Uzbekistan e il Turkmenistan (3° riserva mondiale). Senza contare che le loro risorse sono sempre più contese dalle galoppanti economie di India e Cina e che Mosca sta cercando di creare un “cartello del gas” con i suoi stessi concorrenti per anticipare le mosse di Bruxelles.

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A fine 2005, Putin ha rinnovato l’accordo di importazione col governo turkmeno, lo scorso marzo ne ha siglato uno di co-produzione con quello algerino. “L’alternativa è potenziare i rigassificatori per utilizzare il metano liquido trasportato via mare da paesi lontani, non raggiungibili coi gasdotti, come Nigeria, Qatar, Caraibi, ecc”, conclude l’esperto italiano.

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Quando il gioco si fà così grosso occorrono forti risposte geopolitiche. Risposte che l’UE, unita negli obiettivi ma non negli interessi, tarderà ancora a dare.

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Box – La diversificazione in cifre

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L’Italia sogna 60 miliardi di m3 di gas in più. Grazie alle RTE l’Europa potrà contare, entro il 2020, su 227 miliardi di metri cubi (mld./m3) di idrocarburi in più ogni anno. Di questi, 62mld saranno forniti da Gazprom attraverso due nuovi gasdotti provenienti da Nord-Est. Il resto assicurerà ai 25 Stati membri un ampio margine di diversificazione: 165 mld./m3 da negoziare con fornitori diversi a seconda della congiuntura e delle situazioni di crisi. L’Italia se ne aggiudicherà 60 miliardi attraverso tre nuovi gasdotti provenienti da Sud-Est.Quanto basterà a soddisfare il suo crescente fabbisogno (che entro il 2020 salirà da 70 a 112 mld./m3), riducendone contemporaneamente la dipendenza dal gas russo. La diversificazione UE dipende però da due condizioni. La prima è che si riescano a firmare contratti di fornitura sufficienti per sfruttare la capacità massima delle tubature. La seconda è che si rivelino esatte le stime di Bruxelles: ossia che nei prossimi quindici anni l’introduzione di energie alternative possa contenere al livello attuale (260 mld./m3 annui) l’import europeo di idrocarburi. Questo rischia infatti di raddoppiare, offrendo a Gazprom ulteriori margini di ricatto.

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Box – I corridoi RTE strategici per l’Italia

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Dal Caspio (e Medio-Oriente)

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1) Collegamento di quattro diversi progetti: Azerbaijan ►Turchia (Baku-Tblisi-Erzrum – in costruzione, con prevedibile entrata in funzione nel 2008) – Turchia ► Grecia (IGT – ultimato) – Grecia ► Puglia e Marche attraverso due tronconi paralleli (IGI / TAGP – lavori non iniziati). Un’altra variante è il Nabucco (lavori non iniziati): Turchia ► Balcani ►Austria / Confine italiano Dal Nord-Africa (2 nuovi gasdotti) 2) GALSI (lavori non iniziati): Algeria ► Sardegna ► Toscana 3) Green Stream (ultimato): Libia ► Sicilia

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Media che hanno diffuso la storia