La strada bianca serpeggia tra le rovine di Mirzaiyagilar. Si colora d’un tratto quando da una delle catapecchie spuntano gli stracci indossati dal vecchio Salman. Insieme a lui, altri 52mila profughi popolano la regione di Fuzuli, 300Km a sud-ovest della capitale Baku. Una angolo del pianeta spaccato in due da una guerra dimenticata da giornali e TV, abituati a mostrarci dell’Azerbaijan solo i ricchi giacimenti del Mar Caspio che pompano petrolio verso l’Europa.

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Alture divenute il simbolo della defunta amicizia tra le comunità armene (cristiane ortodosse) e azere (musulmane), per secoli convissute nella piccola terra di mezzo chiamata Nagorno-Karabakh (NK). Evento scatenante: l’incorporazione del NK nella Repubblica sovietica dell’Azerbaijan e l’inizio della contesa, poi degenerata in aperta ostilità nel ’91 con la dissoluzione dell’URSS. L’ONU ha congelato il conflitto nel ’94 con un cessate il fuoco. Ma l’esercito armeno, spalleggiato a Mosca, aveva ormai occupato quasi il 20% del territorio azero: oltre al neo-Stato fantoccio del NK manovrato dalla capitale armena Yerevan, anche altre 7 regioni circostanti che compongono la “fascia di scurezza”, tra cui appunto Fuzuli.

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Storia passata, all’origine di una tragedia presente: quella di 1milione di individui costretti ad abbandonare le proprie case per sfuggire alla pulizia etnica. Ben un 1/7 dell’intera popolazione dell’Azerbaijan. Una percentuale enorme per un paese non più grande dell’Austria.

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Delle 60 famiglie che vi abitavano prima della guerra, oggi solo 10 si aggirano ancora nel villaggio fantasma di Mirzaiyagilar. Il più avanzato dei 17 liberati durante il contrattacco del ‘93. Gli altri 58 sono rimasti intrappolati nella zona occupata, oltre le creste che orlano la ferita aperta in quella che è la regione-trincea col più elevato numero di rifugiati. Meglio definiti “persone internamente dislocate” (IDP in inglese). Formula preferita da Baku per riaffermare la sua sovranità sulle aree controllate da Yerevan. Ma che non serve ad alleviare il dramma di uomini, donne e bambini schiacciati tra i raggiri di una classe dirigente corrotta e una Comunità internazionale finora imbavagliata dallo status-quo geopolitico tra USA e Russia nello scacchiere caucasico.

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Un popolo di profughi che da 15 anni è esasperato da un duplice miraggio: il successo degli interminabili negoziati di pace condotti dall’OSCE e l’azione di forza contro l’invasore propagandata dal partito al potere (YAP) del Presidente Ilham Alyev. In realtà poco disposto a compromettere le sue fortune petrolifere con un nuovo scontro armato.

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Il 72% degli IDP vive in una povertà esacerbata dalla disoccupazione, l’assenza di strutture mediche e un irrisorio sussidio mensile di 7 $. Una condizione resa sopportabile solo dalla speranza di recuperare un giorno la propria casa. Il vecchio Salman è uno dei pochi fortunati e coraggiosi ad avervi fatto ritorno.

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La miseria l’ha reso indifferente agli echi dei colpi di mortaio che, di tanto in tanto, violano il cessate il fuoco e la quiete delle uniche due stanze risparmiate dai bombardamenti. Lì dentro sopravvive insieme a sua moglie e i tre figli. La loro è una lotta quotidiana per garantirsi il raccolto nelle piantagioni di grano, sorte sulle ceneri di rinomate vigne e filari di cotone. “L’acqua per l’irrigazione viene distribuita a turni di sei mesi per un massimo di tre settimane”, racconta Salman, “L’estate scorsa siamo rimasti senza una goccia”. In pericolo ci sono anche i 5Kg. di farina che la sua famiglia riceve ogni due mesi grazie al World Food Program delle Nazioni Unite.

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I donatori hanno chiuso i rubinetti e nel 2006 sono previsti tagli per 4 milioni di $ agli aiuti alimentari. L’Alto Commissariato ONU per i rifugiati chiede al governo di usare i fondi nazionali per integrare in modo durevole gli IDP nelle zone di residenza invece di continuare e a sperperarli in interventi di prima urgenza. Tuttavia, come spiega Sabine Freizer, Coordinatrice nel Caucaso di International Crisis Group (ICG) “si tratta di una strategia che si scontra con l’opinione generale del popolo azero, secondo cui i profughi verranno presto reintegrati nei territori d’origine”.

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Allontanandoci dal fonte, costeggiamo una scacchiera di campi coltivati che si alternano a quelli minati. “Qui, ogni anno, saltano per aria almeno 40 poveracci tra pastori, contadini e bambini imprudenti”, racconta la nostra guida Frikat, veterano di guerra e dal 2003 istruttore all’ANAMA, l’agenzia locale anti-mine. Nel villaggio di Ahmadalilar ci accoglie Tarana, ritta sulla soglia di una delle case parzialmente ricostruite dall’ONG americana International Rescue Committee (IRC). Le sue tre figlie ci scrutano con grandi occhi neri attraverso le finestre senza battenti che lasciano entrare l’inverno.

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Una stufa elettrica sostituisce l’inesistente impianto a gas che il paese (tra i maggiori produttori mondiali) preferisce vendere ai ricchi mercati internazionali piuttosto che offrire ai suoi diseredati. “Il candidato dello YAP ha convinto me e i miei vicini a votarlo alle elezioni parlamentari del 6 novembre, con la promessa di una nuova pompa per l’acqua potabile”, svela Tarana. Da allora, però, continua a bere la fanghiglia estratta dal pozzo nel cortile. A causa della loro dipendenza dagli aiuti statali, gli IDP sono divenuti un serbatoio elettorale facilmente ricattabile dal regime.

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Gioco facile soprattutto nei centri d’accoglienza collettivi, grazie alla massiccia concentrazione di profughi sorvegliati notte e giorno da poliziotti e agenti governativi. Al campo ECHO1, costruito con i fondi UE, ci viene incontro Hafiz, insegnante alle medie, che si lamenta: “Viviamo di stenti, i nostri bambini muoiono di freddo, piove dentro le scuole”. Poi sopraggiunge Rasif, spia del consiglio regionale e Hafiz diventa improvvisamente ottimista: “Al governo non chiediamo altro, va bene così, guadagno oltre 100 $ al mese”. Mente: in Azerbaijan gli insegnanti non ne ricevono più di 40.

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Ritentiamo l’incursione l’indomani e ci troviamo davanti alla tragedia della famiglia Muradov. Tredici persone tra nonni, coniugi e nipotini, stipate nei 15 metri quadri di un container di metallo. Un forno d’estate, un frigo d’inverno.

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Si riscaldano bruciando le scorte di petrolio (40litri mensili) distribuite dal governo. Ma in poco tempo l’aria si avvelena e li costringe ad uscire fuori nel freddo appezzamento di melma che usano come latrina, dove lo spazio disponibile per scavare i buchi-WC inizia ad esaurirsi. Più oltre, sulla via del ritorno, incrociamo un campo con case in muratura nuove di zecca. Esempio dei tanti pianificati fino al 2007 grazie ai crescenti introiti del greggio. Ma con investimenti (200milioni di $) sproporzionati rispetto alla qualità offerta.

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Si tratta di uno dei tanti casi di corruzione edilizia denunciati dal recente rapporto dell’ICG, secondo cui molti profughi devono addirittura sborsare tangenti per ottenere servizi normalmente gratuiti.

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Rientrati a Baku, visitiamo un fatiscente palazzone d’epoca sovietica lasciato a metà. Un alveare di cemento dove alloggiano alcuni dei 150.000 profughi ammassati nella capitale in cerca di lavoro. Mentre ne usciamo, tra le pareti rimbombano rabbiose le parole del ventenne Rahman: “Io e tanti altri siamo pronti ad imbracciare le armi per riprenderci la nostra terra”.

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Media che hanno diffuso la storia