Se alcuni le acclamano come la prima svolta democratica in Medio-Oriente, molti liquidano le recenti elezioni in Libano come il mantenimento dell’immobilità politica che regna nel paese sin dalla fine della guerra civile (’75-’89).

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Lo “tsunami” Michel Aoun (come lo definisce la stampa locale), ex-generale cristiano-maronita ed eroe della resistenza all’occupazione siriana degli anni ‘80, non è riuscito a trascinare l’elettorato col suo dirompente programma di riforme e di lotta alla corruzione che avrebbe forse accelerato il rinnovamento. Ma che risulta scomodo alla stessa opposizione anti-siriana guidata dal musulmano Saad Hariri, figlio dell’ex-premier assassinato lo scorso febbraio, che si è assicurata una formale maggioranza in Parlamento con 72 seggi su 128.

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Non poche ombre gravano sulla credibilità del futuro governo. Prime fra tutte: il modo poco ortodosso in cui la coalizione di Hariri Jr. ha vinto le elezioni e la presenza nei suoi ranghi di forze pronte ad uscirne non appena ottenuta la  poltrona parlamentare.

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Il fatto è che lo scrutinio elettorale si è piegato ancora una volta alla logica malsana che dalle elezioni del ’92 rende la democrazia in Libano una farsa: la compravendita di voti e la costituzione di «cartelli» elettorali tra gli stessi avversari.

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I falchi pro-siriani sono riusciti così a riciclarsi sotto le insegne del rinnovamento.

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Entrambi gli opposti schieramenti in campo, sia il Movimento futuro del sunnita Hariri Jr. che lo sconfitto Libero Movimento Patriottico di Aoun (21 seggi), li hanno usati come alleati strategici. I seggi sono addirittura saliti a 35 per il blocco pro-siriano Amal-Hezbollah, monopolista elettorale negli enclavi sciiti del Sud e dell’Est, con cui il Movimento futuro di Hariri Jr. non si è sdegnato di scendere a patti, al secondo e terzo turno, pur di racimolare una manciata di voti in più.

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La forza di propulsione della protesta in piazza contro il vecchio regime del 14 marzo ha perso slancio durante queste lunghe elezioni (ben quattro tornate settimanali dal 29 maggio al 19 giugno). Che alla fine si sono ridotte ad una contrapposizione tra leadership religiose che ha impedito di creare un fronte unito contro le perduranti interferenze di Damasco.

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Piuttosto che accettare un ruolo di secondo piano nelle liste di Hariri Jr, Aoun ha preferito competere come «opposizione» dell’opposizione, attirandosi le accuse di demagogia pro-siriana e populismo militare da parte dei suoi avversari.

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Le vecchie spaccature con le altre frange cristiane (Le Forze libanesi, il Qornet Shehwan e i Falangisti) e l’ingiusta legge elettorale del 2000, che penalizza il voto delle piccole comunità cristiane in un paese a maggioranza musulmana (circa 70%), non gli hanno permesso di bissare nel Nord il successo ottenuto al terzo scrutinio nel Centro-Ovest.

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Esiliato in Francia dal ’91 fino allo scorso maggio e assente dalla vita politica durante gli ultimi anni dell’occupazione siriana, il settantenne leader cristiano è l’unico a non aver mai fatto parte dei governi corrotti manovrati da Damasco.  Il suo carisma di  condottiero patriottico e uomo pulito non gli è stato tuttavia sufficiente per coalizzare tutte le componenti religiose del paese sotto la bandiera dello stato laico che intende promuovere abolendo il sistema settario.

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A prevalere alla fine sono stati gli antagonismi confessionali e le reti clientelari. Grazie ad esse il miliardario Hariri è riuscito a comprare i voti incerti distribuendo assegni familiari, medicine gratis e tanti soldi.

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Una manovra caritatevole ben ricompensata domenica scorsa nella tornata decisiva che si è svolta nei distretti di Tripoli, a prevalenza sunnita, e nella provincia di Akkar, la più povera del paese con una disoccupazione del 35% (superiore alla già elevata media nazionale che raggiunge il 25%).

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“Gli elettori non hanno fiducia in uno Stato praticamente inesistente che non garantisce loro un’adeguata assistenza, preferiscono quindi ricercarla presso i capi delle loro sette religiose che riescono così a preservare il più totale controllo sulla vita del paese”, spiega Francisco Acosta, consigliere politico ed economico all’ufficio di rappresentanza della Commissione europea.

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Un’opinione condivisa da non pochi libanesi di diverse confessioni. “Tutti i partiti hanno preferito allearsi con Hariri solo perché era l’unico modo di andare in Parlamento”, afferma il maronita Sharbel, “I suoi alleati lo abbandoneranno presto per costituire il loro blocco parlamentare e continuare a rubare fino alla prossima scadenza elettorale”, gli fa eco Leila che ha preferito votare per Aoun, nonostante la sua fede sciita.

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Alcuni preferiscono però non affrettare i giudizi “Credo che sotto la pressione della Comunità internazionale che minaccia di tagliare i fondi al paese, il Libano dovrà impegnarsi seriamente a promuovere le riforme e combattere i traffici illegali che ancora lo legano alla Siria”, commenta Nicolas Sbeih, caporedattore del mensile economico Commerce du Levant, «Il problema è vedere se Hariri riuscirà a tenere fuori dal nuovo governo le forze pro-siriane sciite Hezbollah e Amal.” 

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Una questione delicata perché il sistema multiconfessionale libanese si basa sull’equilibrio e il compromesso politico tra le varie componenti religiose. Emarginare, nonché disarmare come chiede la risoluzione ONU 1559, le forze che rappresentano la comunità più popolosa del paese rischia di essere pericoloso.

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«Aoun cercherà certamente di portare avanti la sua lotta alla corruzione stando all’opposizione», continua Sbeih, « dovrà però fare attenzione a non trasformarla in uno scontro tra cristiani e musulmani, i cui capi clan sono più coinvolti».  Sbeih preferisce concludere con velato ottimismo: «La strada per il cambiamento è ancora lunga e difficile. Ma la dinamica è ormai innescata»

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