Per almeno un giorno i 220 mila palestinesi di Gerusalemme hanno vissuto il grande sogno di Arafat: vivere liberi in una libera capitale. Da oggi le porte tra la città santa e il resto della Palestina (West Bank) si richiudono.

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I ceck-point israeliani ripristinano i controlli e i divieti d’accesso a Est. La città contesa da oltre mezzo secolo si rispezza in due. Come anche la vita dei suoi abitanti musulmani: al tempo stesso cittadini di una Palestina che non c’è e ufficialmente residenti nel territorio d’Israele che dal ’67 controlla Gerusalemme. Uno di loro è Median, il conducente di taxi che nel giorno delle elezioni accompagna la delegazione di osservatori dell’Europarlamento di seggio in seggio attraverso un “elections tour” che si trasforma in una viaggio nella tragedia palestinese.

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Ore 7.00: aprono i seggi. Il percorso assegnato ai due eurodeputati italiani, Stefano Zappalà (Forza Italia) e Roberta Angelilli (Alleanza nazionale) inizia all’ufficio postale del sacro Monte degli Ulivi, davanti al quale si affollano i militanti inneggianti di Abu Mazen. Per affermare l’appartenenza di Gerusalemme al suo territorio, Israele fa infatti votare gli abitanti palestinesi per corrispondenza come se fossero cittadini stranieri.

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“Sembra tutto regolare”, afferma Zappalà mentre osserva gli scrutini, “le procedure di voto si svolgono correttamente e in modo trasparente. Si tratta di una buona premessa per la creazione di uno stato democratico”. Ripartiamo e oltrepassiamo il confine.

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Ore 9.00: Abu Dis, un villaggio diviso letteralmente i due dalla muraglia di sicurezza anti-terroristi eretta dagli israeliani. Una metà è rimasta alla municipalità di Gerusalemme, l’altra è stata ricacciata in territorio
palestinese (West Bank).

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E’ in quest’ultima che una scuola ospita il primo vero seggio elettorale che ci capita d’incontrare. Cambia il colore delle bandiere sventolate dai militanti: a quelle nere dell’erede di Arafat si sostituiscono quelle rosse dello sfidante Mustafa Barghouti. Cambia anche la divisa degli agenti di sicurezza: al posto delle stelle di David appaiono i berretti rossi palestinesi. Ma lo scenario resta lo stesso: una calma piatta dove si contano più guardie, giornalisti e osservatori che elettori. “Il dato è preoccupante. Si respira un’atmosfera contraddittoria. Alla partecipazione emotiva dei militanti si accompagna una certa indifferenza generale”, commenta Zappalà. Andiamo avanti.

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Il seggio di Shekh Saed è ancora meno popolato del precedente, non foss’altro per l’esodo di massa che ne ha dimezzato il numero degli abitanti. Uno dei responsabili delle urne ci racconta che la gente ha preferito abbandonare casa e familiari e traslocare nella vicina Jabal Al Mukaber, situata nel lato israeliano del muro, per non perdere la residenza a Gerusalemme e i benefici sociali ad essa legati.

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Proseguiamo verso Sud alla volta di Betlehem. La polizia ridiventa israeliana per un tratto, poi nuovamente palestinese a seconda del lato di muro che costeggia la strada. “La non continuità territoriale che costringe i palestinesi a subire ripetuti controlli ogni volta che viaggiano da una città all’altra è inquietante”, si sconcerta Zappalà mentre cambiamo continuamente giurisdizione a macchia di leopardo, “ma non si possono biasimare gli israeliani ai quali bisogna riconoscere il diritto alla difesa contro eventuali attacchi degli estremisti”.

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Ore 11.45. Al seggio della città natale di Gesù la contraddizione tra disperazione guerrafondaia e slancio democratico dei palestinesi si riassume nella compresenza tra urne e poster di Hamas affissi ai muri. Ritornando verso nord, rientriamo in territorio israeliano e facciamo un’ultima tappa all’ufficio postale di Surbhir, dove l’apatia elettorale e la rassegnazione dei reietti di Gerusalemme si conferma.

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Alle ore 16.30 su 500 iscritti se ne sono presentati solo 30. Zappalà preferisce però concludere con ottimismo: “L’importante è che dalle elezioni esca un governo unito che possa intavolare un reale negoziato di pace con quello israeliano”.

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Media che hanno diffuso la storia