Le specialità italiane si preparano alla riscossa. Il 2003 si è aperto con una serie di iniziative senza precedenti per difendere il “Made in Italy” sulle tavole europee.

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Dalla riforma della legislazione UE  sui marchi rinomati (le c.d. “denominazioni d’origine”) alla battaglia negoziale per rafforzarne la tutela nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Dalla richiesta di più rigorosi controlli sulle etichette e di multe salate agli Stati poco vigilanti all’introduzione di pesanti sanzioni per le imprese colpevoli di contraffazione.
Intanto, la pirateria alimentare continua a colpire le delizie tricolori, con danni alla nostra industria per centinaia di milioni di euro ogni anno.

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Neanche a “casa loro”, a Bruxelles, gli scrupolosi euro-commissari all’agricoltura, Franz Fischler, e alla protezione dei consumatori, David Byrne, riescono ad arginare il fenomeno: la famosa direttiva sull’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari, adottata nel marzo 2000, non scoraggia assolutamente i produttori e distributori belgi dall’interpretare le regole nel modo più astuto per vendere come italiani prodotti che spesso non lo sono.

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Ad accompagnarci nei nostri blitz da consumatori inesperti ci ha pensato una guida a dir poco “onorevole”. Si tratta del deputato europeo di Forza Italia, Enrico Ferri, membro della commissione giuridica e per il mercato interno dell’Europarlamento. Uno strenuo difensore delle specialità nostrane che, insieme alla Coldiretti e al Ministro dell’agricoltura, Gianni Alemanno, si sta battendo fino in fondo per far vincere la qualità italiana ai tavoli negoziali europei ed internazionali.

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A parte qualche caso dubbio di contraffazione di marchi esclusivi registrati in sede europea, come quello di una fetta di “Fontina d’Aosta”, formaggio protetto dal Dop (Denominazione d’origine protetta), che avvistiamo nel reparto latticini, sono soprattutto i prodotti non registrati ad essere i più colpiti dalla pirateria. Quelli, cioè, con nomi di origine italiana (come salame, mortadella, spaghetti, maccheroni, caffè, ecc.) ormai “volgarizzati” e quindi utilizzabili anche per i prodotti stranieri (c.d. “denominazioni generiche”), a patto però di non spacciarli per italiani sfruttando appellativi o simboli che fanno riferimento all’Italia.

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Purtroppo, invece, è proprio questo che accade nella realtà. Il tricolore italiano ci insegue ovunque: dai pacchi di pasta ai i barattoli di pelati, dalle bottiglie d’olio alle confezioni di mozzarella. Poi controlliamo l’etichetta sul retro e leggiamo: “Made in Belgium”, “Made in Greece”, o peggio ancora, nessuna indicazione di provenienza.

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Tutti tentativi di “parassitaggio” facilmente riconoscibili poiché violano in maniera flagrante la direttiva europea sull’etichettatura. Questa vieta, appunto, di porre sulla confezione segni distintivi suscettibili di ingannare il consumatore sulla reale provenienza del prodotto e obbliga ad indicare il luogo di produzione nei casi in cui il rischio di confusione sia più elevato.

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La trappola è tuttavia in agguato ad ogni angolo di supermarket. Così, c’è qualche furbo chi si ritiene in regola nel venderci sotto le insegne italiane il “Salame Milano” e la “Spianata Romana” semplicemente scrivendo sulla confezione: “selezionato nella regione d’origine”.

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Leggendo un’etichetta del genere”, commenta l’euro-deputato, “si potrebbe credere che il prodotto è tradizionalmente lavorato, rispettivamente Milano e Roma. Ma chi può dirlo veramente? L’etichetta dovrebbe riportare chiaramente il luogo di provenienza per dimostrare che si tratta di un prodotto italiano, invece usa una frase vaga che può trarre in inganno”.

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Sulla questione interviene anche Federico Rossetto, della rappresentanza Coldiretti a Bruxelles, secondo il quale “affinché  un’etichetta sia veramente rispettosa del consumatore occorre che la Commissione renda obbligatoria anche l’indicazione dell’origine delle materie prime, nell’ambito del meccanismo di “tracciabilità” degli alimenti dalle coltivazioni alla tavola, in vigore nel 2005”. Ad esempio, chi ci dice che la “Pizza margherita” con su scritto “selezionata a Napoli” che tiriamo fuori dal reparto surgelati, è stata veramente preparata con semola italiana invece che con grano duro canadese, abbondantemente importato nell’Ue?

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Per garantire che le regole europee sull’etichettatura siano rigorosamente rispettate nella pratica, bisognerebbe introdurre un sistema di controllo uniforme supervisionato dalla Commissione europea, come avevo proposto nei miei emendamenti all’Europarlamento”, ammonisce l’onorevole Ferri. Ma alla maggior parte dei paesi europei l’idea sembra non piacere.

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Il problema è che sono gli stessi governi ad essere responsabili dell’organizzazione delle ispezioni, e spesso e volentieri chiudono un occhio per difendere la propria industria”, spiega Rossetto “Pertanto, un sistema comune di controlli a livello europeo non conviene ai paesi produttori delle imitazioni“.

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Stando così le cose, se l’Italia volesse difendere il “Made in Italy” contro tutti i molteplici casi di alterazione in commercio nell’UE dovrebbe presentare centinaia di denunce e sostenere enormi spese legali. Per questo si ricorre alla giustizia solo per le contraffazioni più clamorose, come il recente caso del Parmigiano Reggiano. Ma la fantasia dei falsari dell’alimentazione non ha limiti: ecco così che al posto del “Parmesan”, il formaggio grattugiato messo al bando dalla Corte UE un anno fa poiché giudicato confondibile col nostro Parmigiano Reggiano Dop, troviamo il “Pamesello italiano” nella stessa identica confezione della denominazione precedente. Poco più in là, affiora il “Cambozola”, imitazione del nostro Gorgonzola Dop, vietato in Italia ma non in paesi come il Belgio, visto che la sentenza europea del marzo ’99 lascia libero ciascun paese di autorizzarne o meno la vendita.

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Situazioni che in futuro, forse, non si ripeteranno. La Commissione europea, infatti, ha finalmente deciso di appoggiare la linea dura sollecitata da tempo dalla Coldiretti, presentando a gennaio scorso una nuova proposta di direttiva contro i “falsi d’autore”. Chi continuerà  a contraffare marchi registrati nell’UE, incluse le specialità alimentari Dop, sarà punibile con sanzioni di carattere penale fino alla detenzione.

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Il governo italiano intende comunque far piazza pulita non solo delle imitazioni dei marchi rinomati, ma di tutta la variopinta casistica di prodotti “italianizzati”. Per questo, nel febbraio scorso, la Provincia di Roma è ricorsa alla Corte di giustizia Ue per obbligare la Commissione a inasprire le multe contro quei paesi che non fanno rispettare le regole sull’ etichettatura.

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D’altronde, a confermarci la poca serietà dei controlli è quanto dichiara lo stesso direttore generale del servizio d’ispezione del Ministero dell’economia belga, Mark Van Hende. “Conduciamo circa 1000 ispezioni all’anno nel settore alimentare, ma per la pasta, ad esempio, non sono previsti controlli. Per quanto riguarda invece l’olio, nel 2002 abbiamo condotto un’ampia inchiesta con oltre 400 ispezioni e non abbiamo riscontrato nessuna infrazione. Che dirle? Se crede, denunci ai nostri uffici i falsi da lei trovati”.

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La più importante vittoria ottenuta recentemente dall’Italia è la protezione rafforzata dei marchi rinomati. Attualmente, il nostro paese vanta 123 prodotti Dop e Igp (Indicazione di origine protetta) su un totale europeo di 610 (il 20%), ai quali se ne aggiungeranno presto altri 37 in corso di registrazione, consentendoci così di strappare il primato europeo finora detenuto dalla Francia.

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Proprio la settimana scorsa, i 15 ministri europei dell’agricoltura hanno inoltre approvato due importanti emendamenti, votati dall’Europarlamento su iniziativa dell’onorevole Ferri e sostenuti da Coldiretti per rivedere il regolamento del ’92 sulle denominazioni di origine in modo più favorevole alla qualità italiana.

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“La novità principale”, spiega Ferri, “è che, d’ora in poi, i consorzi di produttori potranno esigere che anche le lavorazioni successive del prodotto finito (c.d. operazioni di condizionamento) siano fatte obbligatoriamente nella zona delimitata della  Dop o Igp”. Un’innovazione normativa che dovrebbe impedire il ripetersi di “truffe” alimentari, come quella del Grana Padano  grattugiato e venduto  in Francia  e del prosciutto di Parma affettato e venduto in Inghilterra, per i quali l’Italia ha presentato ricorso (la c.d. “guerra dell’affettato”) e da quasi tre anni attende una sentenza di condanna della Corte Ue, che dovrebbe arrivare probabilmente entro l’estate.

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L’altro importante risultato è l’impegno della Commissione a risolvere il problema delle varietà vegetali  registrate un nome geografico  immaginario, ossia che nulla ha a che vedere col prodotto”.  Al riguardo, ha sollevato molto clamore negli ultimi mesi la vicenda del “basilico genovese”. Varietà vegetale che ha rischiato di farsi negare la registrazione come Igp a causa dell’iscrizione già effettuata in precedenza da un’azienda straniera, con la denominazione “Genova”, per un prodotto che non ha nessun legame con la localitá richiamata e che, fortunatamente, alla fine è stata ritirata.

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La battaglia per la difesa dei marchi rinomati ora si sposta da Bruxelles a Ginevra, dove stanno entrando nel vivo i negoziati agricoli in seno all’Omc. Coldiretti, sostenuta dal ministro Alemanno, propone di estendere a livello multilaterale il sistema UE delle denominazioni  d’origine, attraverso la creazione di un registro internazionale dei prodotti agro-alimentari in cui ciascun paese potrà iscrivere i suoi marchi protetti, con diritto di usarli in esclusiva e con adeguata tutela in tutti gli stati membri dell’Omc.

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Si tratta di una misura necessaria visto che la stragrande maggioranza delle frodi vengono compiute nei paesi extra-Ue, dove i prodotti tipici non possono godere della tutela Dop e Igp”, spiega Rossetto, “La nostra posizione è stata sottoscritta associazioni agricole degli altri Stati membri ed accolta favorevolmente dal commissario Fischler che lo scorso febbraio si è formalmente impegnato a difenderla al prossimo round negoziale di Cancun nel settembre di quest’anno”. In ogni caso, già lo scorso gennaio, la Commissione ha deciso di estendere i controlli nelle dogane Ue anche alle contraffazioni extra-Ue dei marchi rinomati.

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