Mentre vai a zonzo per la Grande Mela non giri un angolo senza trovarteli davanti: gli eroi dell’11 settembre. I loro volti sono stampati sulle prime pagine di giornali, dove gli aggettivi “Bravery” (sacrificio), “Bravest” (coraggiosi) si susseguono a ripetizione.

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Sono fotografati e affissi sui muri delle strade, esposti sui davanzali delle case, incollati ai vetri delle automobili. I loro elmetti, le loro giacche annerite dal fuoco sono esposte al Museo di storia nazionale, insieme alle giubbe dei marines del ’45. Un volta il mito erano i cowboys e John Wayne. Oggi sono i pompieri.

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Non solo i 343 che, insieme ai 37 poliziotti e ad alcuni medici di soccorso, hanno sacrificato le loro vite per salvarne delle altre, ma anche quelli ancora vivi. Poco importa che abbiano mai visto un incendio.

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Tutti morti, secondo le solenni dichiarazioni del Presidente Bush “affinché altri americani possano continuare a vivere liberi”. Liberi dalla paura di un nemico ormai sconfitto, forse.

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Ma non dal cinismo di qualche mercante da strapazzo che all’immagine dell’America eroica affianca quella del paese simbolo del business esasperato, dove anche gli eroi diventano pupazzi da bancarella come l’Uomo ragno e Superman. Vuoi comprarti un vigile del fuoco com’era prima che fosse ridotto in poltiglia dal milione e mezzo di tonnellate di macerie delle Twin Towers? Basta andare a Ground Zero (livello zero), come chiamano ora i due mostruosi buchi di 64 mila metri quadri che sorgono al posto dei due grattacieli alti quasi mezzo chilometro.

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Gli “avvoltoi” sono proprio lì davanti, appollaiati coi banconi zeppi di souvenirs sul bordo del marciapiede che circonda la “St. Paul Chapel”. Vorticano intorno alla loro preda: i milioni di turisti che dallo scorso gennaio vengono ad ammirare le struggenti reliquie appese alla recinzione della chiesa. Strati su strati di foto, poesie, striscioni, oggetti. Tutte testimonianze sincere della sofferenza dei familiari e della solidarietà dei newyorkesi e di stranieri. Ma a rendere sacro questo memoriale spontaneo sono soprattutto gli elmetti ammaccati e le magliette consumate degli eroi in uniforme.

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Poi ti volti, e distanza di un metro ne trovi altrettante ben piegate e lucide come seta su una fila di bancarelle, insieme a cappelli, statuine in uniforme, e perché no, anche i pompieri defunti. Ti capitano sotto gli occhi vivi e vegeti mentre sorridono esibendo il torso nudo su un calendario da barbiere; o mentre combattono contro le fiamme in una delle foto degli album contenenti l’intera sequenza del dramma, dall’impatto degli aerei al crollo delle torri, in vendita per “soli” 20$. Vanno a ruba. Come le cupolette di cristallo a 5$ che racchiudono una miniatura argentea delle Twin Towers, l’11 settembre che diventa soprammobile. O, ancora, le cartoline con le immagini sovrapposte di Bush e l’ex-sindaco Giuliani che si abbracciano sulle macerie e dei pompieri che ne estraggono i compagni morti.

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“A volte non guadagno molto. Ma altre volte intasco anche 300$ al giorno”, confessa Manuel Suarez, ex-lavapiatti in un ristorante. “E’ fuori controllo e assolutamente disgustoso”, protesta contro quest’infame “commercio del dolore” Lee Ielpi, un pompiere in pensione che l’11 settembre ha perso un figlio che faceva il suo stesso lavoro, “Sicuramente questa non è l’immagine di sé che New York vuole dare al mondo”. La ricerca di un’immagine per dare un senso alla tragedia pervade l’intero paese, da sempre abituato ad esprimersi per simboli semplici e chiari come la sua bandiera a stelle e strisce che tappezza l’intera Manhattan in un vero delirio patriottico in omaggio ai caduti.

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Quale faccia mostrare allora? “Heroes Wanted” urlano ai passanti gli annunci di lavoro del corpo dei vigili del fuoco, affissi nei metrò e lungo le vie cittadine. Lo stereotipo dell’uomo qualunque che diventa eroe, tuttavia, potrebbe essere altrettanto fasullo dell’”american business”, benché più rassicurante. “Abbiamo solo fatto il nostro lavoro”, dichiara Lou Azavedo, luogotenente alla caserma numero 33. “Gli unici eroi sono quelli che hanno perso la vita”, gli fa eco il collega italo-americano Bobby La Rocco.

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E intanto, la battaglia tra eroi e avvoltoi continua. Una coalizione di parenti delle vittime ha presentato una denuncia ufficiale, chiedendo al successore di Giuliani, Michael Bloomberg, di metter fine con la forza a questo show che riduce il dramma alla banalità di portachiavi, adesivi, gadgets, trasformando il dolore nel piacere dello shopping. Ma i poliziotti per il momento sono costretti a guardare lo spettacolo con le mani in mano, potendo allontanare solo i venditori senza permesso.

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Il Dipartimento comunale degli affari legali e quello dei consumatori hanno addirittura costituito una task force per studiare il modo in cui è possibile disperdere i bancarellari senza violare il 1° Emendamento. Quello stesso principio della costituzione americana che glorifica la libertà dell’individuo, per il quale i pompieri avrebbero compiuto il scarifico supremo, permette al tempo stesso di svendere questo sacrificio per una manciata di dollari.

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A questo punto ci si chiede se le due facce della tragedia del World Trade Center non siano altro che le due anime di una medesima America che non sa resistere alla tentazione di covare il proprio dolore sotto un’esaltazione scenografica dell’accaduto, all’”americana” appunto. “La nostra cultura dello svago”, criticava sul New York Times il sociologo americano, Robert Thompson, riferendosi all’11 settembre, “possiede la capacità inquietante di dissolvere e rimettere in una nuova forma tutto ciò che ci succede”. Come se “Eroi e Avvoltoi” potesse veramente diventare il titolo di un film.

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Media che hanno diffuso la storia