C’era una volta il “Far North”. L’estremo Nord norvegese. Un’interminabile catena montuosa che precipita sull’oceano dal Circolo polare fino alle vertiginose Alpi di Lyng (1833 metri): l’”orlo del mondo” per i vichinghi che raramente osavano spingersi più su, preferendo gettare l’ancora ad Harstad, il porto più settentrionale del loro regno.

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Il battello postale Nordlys (“luce del Nord”, come chiamano da queste parti l’aurora boreale) vi fa solo una breve sosta. Poi continua a risalire le acque dense dell’Artico, lasciandosi ad Ovest la leggendaria isola di Bjarkøy. E’ qui, racconta il primo ufficiale Hans Haugli, che il lappone Sigurd Slémbe intorno all’anno 1000 costruiva le “navi col muso di drago” più potenti della Norvegia.
Da allora, in questa terra di frontiera sepolta dalla neve e dalla notte per sei mesi l’anno, un manipolo di eroi è rimasto per secoli tagliato fuori dalla civiltà, vivendo di soli merluzzi, formaggio di capra e lamponi artici, di cui molte, dal caratteristico color arancio.

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Non c’è da stupirsene: per scendere fino ad Oslo ci sono più di 2000Km di tortuose strade di montagna, spesso bloccate dal gelo durante l’inverno. Un’odissea oggi, un sogno quando non c’era ancora l’automobile. L’unico cammino rapido è quello che risale lungo costa, attraverso il labirinto di bracci di mare (fiordi) che forma la “Via del Nord” e che dà il nome al paese: Nur-wegr nell’antica lingua.

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E’ solo negli ultimi cinquant’anni, tuttavia, che la linea di traghetti postali Hurtigruten (rotta veloce) ha permesso di stabilire collegamenti e scambi regolari Nord-Sud, portando tecnologia, benessere e turismo in quella che la calda corrente del golfo ha reso la zona popolata più settentrionale del pianeta.

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I battelli inizialmente imbarcavano e sbarcavano lettere, merci e viaggiatori locali. Oggi sono anche navi da crociera e consentono di rivivere, con 2600 Km di navigazione in soli 7 giorni, 35 fermate e un circa migliaio di euro, una delle più affascinanti epopee marinare della storia, attraverso scenari mozzafiato invisibili dalla terraferma.E, soprattutto, sensazioni d’altro mondo.

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Se infatti la distanza geografica è stata sconfitta, quella “psicologia”, meno visibile ma più sottile, la si percepisce tuttora viaggiando dalla Norvegia europea a quella artica. Salpati dal porto di Bergen (1° giorno), il tempo a bordo scorre normalmente fino a Trondheim (3° giorno), lungo i promontori verdeggianti e le anse riempite da vivaci villaggi di pescatori. Eppure, a tratti già si avvertono le prime discrepanze.

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Penetrando nel canyon del Geirengerfjord, a sud di Ålesund (2° giorno), ti capita di avvistare gruppi di fattorie aggrappate alle pareti a strapiombo. “Alcune famiglie vivono ancora lì in solitudine per non sottostare alle regole della città. Fino a 15-20 anni fa non avevano neanche acqua ed elettricità”, spiega la guida locale.

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Perché? Ti chiedi mentre navighi tra quei pendii chiazzati di neve che ti ingannano, facendoti dimenticare che sotto il battello c’è il mare e non un fiume. Uscendo dal fiordo, ti aspetti di sbucare in una pianura con città all’orizzonte. Ti trovi invece smarrito in un mare ancora più sconfinato dei ghiacciai che ti sei lasciato indietro nell’entroterra. E allora, forse, cominci a capire. La superiorità di quei luoghi primordiali e ostili ha scavato un abisso tra gli stessi individui, rendendoli allergici alle folle urbane e, al tempo stesso, bisognosi della solidarietà che solo la piccola comunità può offrire. “E’ bello andare in Europa, ma solo per le vacanze. Ci si sta troppo stretti”, ironizza Hans Haugli, con lo sguardo fisso oltre il timone, su una vastità solcata centinaia di volte ma che non cessa di affascinarlo. “Quando vado in montagna o a pesca in Norvegia è diverso, non vedo gente per settimane intere: sono il Re”.

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Prosegui a slalom tra i 6000 isolotti dell’arcipelago di Vikna, alcuni poco più grandi delle case isolate che vi appaiono all’improvviso dietro uno sperone roccioso o l’ala di un gabbiano.

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Ti addormenti passato il porto di Rørvik, senza che lo stupore e il giorno si siano dissolti.

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Il Sole di mezzanotte è ormai alle porte. L’indomani (4° giorno), senza sapere quando, dove e perché, oltrepassi anche tu la “frontiera”. E’ solo un nome in codice: 66°33 latitudine nord. Non fai a tempo ad ascoltare il capitano annunciare al megafono il Circolo polare artico, che già il paesaggio e l’atmosfera sono cambiati bruscamente. Gli abeti si restringono in un’aspra tundra di licheni. Le isole e le scogliere si allungano in cupi picchi, incoronati da un manto bianco e dal volo delle aquile marine. I villaggi costieri si rarefanno, mentre i più grandi non superano le 500 anime. Da Bodø in su c’è ancora metà Norvegia, ma non ci sono più treni e non più di 400 mila abitanti (su un totale nazionale di 4.500.000). La natura riprende il sopravvento.

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Un ultimo sussulto quando in lontananza si erge una muraglia compatta di 100 Km (il Lofotveggen), e ti chiedi quale dio ciclopico abbia scagliato le Dolomiti in mezzo alle onde. Poi, avvicinandoti, le possenti isole Lofoten si orlano di anfratti punteggiati di rosso: i rorbuer, catapecchie su palafitte dove i pescatori solitari si riparavano di notte per sfuggire alla terribile corrente del Maelstrom.

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Diventi uno di loro.
Ipnotizzato dalla monotonia di quel cielo vuoto e silenzioso che ti trascina tra grandiosità orizzontali e verticali che a malapena riesci a condividere coi tuoi compagni di viaggio. Anche tu preda dell’irresistibile richiamo che, secondo la leggenda, spinse l’intrepido vichingo Leif Eriksson ad attraversare per primo l’Atlantico fino all’America.

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Il tempo rallenta. Te ne stai per ore sul ponte a respirare una brezza sempre più fredda e a guardare una palla di fuoco che rimbalza sull’orizzonte senza mai affondare, dilatando il tramonto in un’illusione d’eternità.

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Fin quando, a nord di Harstad, a stupirti non saranno le vette che si schiudono a prua in una sequela di meandri disabitati, bensì l’inatteso attracco ad una città: Tromsø (5° giorno). Coi suoi 50 mila abitanti è la più grande “metropoli” della calotta artica, costruita in mezzo al nulla su un arcipelago situato alla stessa latitudine delle regioni dell’Alaska e della Siberia dove vivono solo gli orsi polari.

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Non smetti di ripeterti che tutti quei palazzi, automobili e cartelloni pubblicitari lì sono fuori posto e intanto la scia della nave si allunga di nuovo nel selvaggio Melangsfjorden e punti verso Capo Nord, sospirata meta dei turisti di ogni paese.

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Qualcuno ti dice che quella piattaforma rocciosa a picco sul mare è il punto più settentrionale d’Europa. Quando la nave gli gira a largo (6° giorno) ti accorgi che è solo una gigantesca isola che hai già visto mille volte. Ormai sei uno di casa.

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Qualche ora dopo l’arrivo a Kirkenes (7° giorno), nella pianeggiante terra dei lapponi, l’incanto è improvvisamente rotto dal rombo dell’aereo che ti riporta al caldo. Ti sforzi di trasformarlo in ricordo: il Far North esiste ancora. Basta solo lasciarsi conquistare.

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Media che hanno diffuso la storia