Dalle miniere dell’impenetrabile foresta del Congo al mercato dei cellulari: l’inizio e la fine del traffico internazionale del “Coltan”, minerale prezioso perché alla base della tecnologia della telefonia mobile, ma anche maledetto perché è anche attraverso di esso che si contribuisce a finanziare il conflitto che infiamma l’Africa centrale sin dal ‘98 , la più disastrosa guerra finora conosciuta dal continente nero.

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Una rete che si estende fino a coinvolgere importanti società, soprattutto, belghe, tedesche, americane ed altre stabilite in territorio ex-sovietico, che importano attraverso il Rwanda il minerale grezzo dai giacimenti dislocati nel Kivu, la regione orientale del Congo controllata dalla fazione ribelle, il Raggruppamento congolese per la democrazia (RCD) e dall’esercito rwandese, suo alleato.

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Il minerale viene poi rivenduto con lauti guadagni ai colossi della trasformazione chimica, come l’americana Cabot e la tedesca Starck, che ne estraggono la polvere di “Tantalite” con cui vengono fabbricati i circuiti ed i microchips dei telefonini di tutte le più grandi marche mondiali. Così i ribelli dell’RCD riescono a guadagnare quasi 1 milione di dollari al mese per comprare armi e continuare la loro battaglia contro il governo di Joseph Kabila, figlio del defunto Laurent Kabila.

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Così migliaia di contadini locali sono stati strappati alle loro terre, costretti dalle milizie ad estrarre il Coltan, e ridotti allo stremo e alla miseria, al punto da doversi nutrire di gorilla selvatici. E’ questa una delle verità più atroci rivelate dal rapporto di un commissione d’inchiesta dell’ONU, pubblicato lunedì scorso, che denuncia più in generale lo sfruttamento illegale delle ricchezze naturali del Congo, oltre al Coltan, diamanti, oro, rame, ecc. Un “furto” di proporzioni enormi ai danni di un’intera popolazione, sempre più stremata dalla guerra e dalla penuria di viveri. Attraverso questi traffici illeciti tutti i paesi africani coinvolti nella guerra, sia alleati che nemici dell’ex-Zaire, avrebbero arricchito abusivamente negli ultimi tre anni le proprie gerarchie militari e governative, nonché le società d’importazione dei paesi industrializzati protette sotto l’ombrello politico dei rispettivi governi.

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Tutto ciò è contenuto in un documento che esce fuori dal cassetto delle Nazioni Unite, dove le grandi potenze hanno cercato di tenerlo nascosto per più di un mese, proprio mentre queste ultime continuano cinicamente in questi giorni a condannare con disinvoltura i ribelli e a lanciare invano i rituali appelli al cessate il fuoco.

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Benché il Congo non figuri tra i più grandi produttori di Coltan a livello mondiale e benché il Coltan abbia anche altri impieghi, è innegabile il legame infernale che si innescato sin dall’inizio tra la telefonia mobile e la guerra nel Kivu: l’esplosione del mercato dei cellulari verificatasi soprattutto nel 2000 e il conseguente incremento della domanda di Coltan per la produzione di microcircuiti e quindi del suo prezzo ha allettato i guerriglieri ribelli e rwandesi che hanno occupato le miniere facendone una nuova importante fonte di finanziamento per l’acquisto di armamenti. Da allora, la guerra tra le milizie governative e quelle dell’RCD-rwandesi non è più combattuta sulla linea del fronte tra le rispettive zone di occupazione, bensì intorno alle stesse miniere, con rilevanti perdite umane anche tra le file di civili forzati ai lavori d’estrazione. Tuttavia nella faccenda del Coltan congolese restano ancora diversi punti oscuri, dovuti ai sapienti tagli sulla bozza del rapporto operati all’ultimo minuto dal Consiglio di sicurezza.

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Questo, infatti, non ha resistito alle pressioni dei paesi e delle società coinvolte e ha deciso di cancellare dal testo le parti più scottanti, riducendo il documento della metà. In particolare sarebbe stato cancellato il riferimento ad alcune compagnie Hi-Tech USA della famosa Sylicon Valley e a quelle dell’ex Repubblica sovietica del Kazakhstan, citate in un articolo esclusivo del quotidiano francese “Le Monde” del marzo scorso.

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Le polemiche sono infiammate ieri soprattutto in Belgio per il ruolo politico centrale giocato da questo paese nella risoluzione del conflitto. Ben tredici società belghe che commerciano Coltan sono state tirate in ballo dal rapporto ONU, tra cui la Sogem che è affiliata dell’Union Minière, la più grande multinazionale di import-export di minerali preziosi , con uffici in tutto il mondo, anche in Italia.

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Le compagnie accusate di traffico illegale di minerale proveniente dal Kivu, si difendono negando qualsiasi tipo di rapporto con i belligeranti ed affermando di acquistare il Coltan solo da produttori locali in regola con la legge. La polemica ha raggiunto addirittura la Sabena, la compagnia aerea di bandiera, accusata di trasportare in Belgio il Coltan illegale dalla capitale rwandese Kigali.

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