Dong-Hyeok ne e’ fuggito tre anni fa’, scoprendo la realta’ esterna per la prima volta come un neonato che emerge dalle tenebre alla luce.

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La sua sconvolgente avventura e’ divenuta un libro. Pubblicato lo scorso ottobre in Corea del Sud, ma non ancora all’estero (e’ in preparazione la traduzione inglese), e’ illustrato con disegni dalla crudezza evocativa che nessuna macchina fotografica saprebbe imitare. Sembra il vecchio tacquino di un sopravvissuto dello sterminio nazista. E invece, assurdo a dirlo, e’ storia quotidiana del Terzo Millennio.

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Dietro quelle piatte cartografie satellitari, ogni giorno, ogni ora, in questo preciso istante, migliaia di ragazzi come Dong-Hyeok vivono in un universo d’inumanita’ degno del peggiore incubo fantascientifico alla “Matrix”. Lui ce lo svela in esclusiva quest’anno in cui ricorre il 60 anniversario della nascita del regime di Pyongyang. Ecco, in prima persona, il suo racconto per la prima volta in Italia.

Tutto inizio’ nel novembre 1982 quando…
“…. Un uomo e una donna, entrambi prigionieri nel gulag, furono autorizzati ad accoppiarsi. A mio padre fu’ offerta una compagna come ricompensa per il suo impegno sul lavoro, senza però la possibilita di creare una vera famiglia. Era permesso loro di vedersi cinque volte al mese. Il resto del tempo erano affidati a settori diversi. Cosi’ venni al mondo. Sono il risultato di un tipico atto riproduttivo predisposto all’unico scopo di generare nuova mandodopera per il campo. Questo era del tipo Total Control Zone, cioe’ una prigione in cui si rimane per tutta la vita. Il mio destino era marcire li’, insieme ad altri 50.000 detenuti, fino alla fine dei mie giorni.

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Appena nato, sono stato allontanato da mio padre. Fino all’età di 11 ho vissito con mia madre. Poi sono stato staccato anche da lei e messo insieme ai miei coetanei con i quali ho seguito corsi di scrittura, lettura e addestramento professionale. Ho lavorato come taglialegna e in una fabbrica di scarpe. Per 25 anni i confini del mio mondo si sono ristretti alle recinzioni del campo dove avevo sempre vissuto. Non immaginavo che oltre ci potesse essere una realtà diversa. I miei genitori non mi hanno mai parlato della loro precedente vita. Ora credo di sapere perche’. Sapendo che non avrei mai potuto averne una mia non volevano procurarmi inutilmente frustrazione e sofferenza.

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Dalle guardie mi era sempre stato ripetuto che mi trovavo al campo perché figlio di gente malvagia: dovevo espiarne io stesso la colpa restando lì, rinchiuso e torturato fino alla morte. Durante un interrogatorio sono pero’ riuscito a sbirciare un documento: c’era scritto che mio padre aveva un parente fuggito in Corea del Sud durante la guerra. Ora sospetto che fosse questa la ragione per la quale egli si trovava al campo: era in realta’ un detenuto politico.

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Fin quando sono rimasto prigioniero ci sono state oltre 90 esecuzioni pubbliche, io ne ho viste 2 all’anno. Ho dovuto assistere anche alla fucilazione di mia madre e mio fratello. Erano accusati di tentata fuga. Questa almeno era la versione ufficiale delle guardie. Era il 29 novembre 1996: avevo 14 anni.

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Mi ha indotto a pensare come sarebbe stato per me fuori dal campo. Sognavo di poter mangiare le prelibatezze di cui mi parlava l’uomo, soprattutto la cosa che lui chiamava “carne”. Ardevo dal desiderio di scoprire coi miei occhi se quelle meraviglie esistessero veramente. Se non lo avessi incontrato non avrei mai deciso di fuggire. All’inizio non prendevo seriamente le sue narrazioni che giudicavo puramente fantastiche. Mi ci sono voluti sei mesi per credergli veramente.

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E’ lui che mi ha convinto a scappare. Abbiamo pianificato la fuga insieme. Abbiamo studiato i turni di ronda delle guardie sul pendio della montagna. La sera prima del grande giorno sono andato a trovare mio padre per dargli l’ultimo saluto senza tuttavia annunciargli la mia decisione. Alle ore 16.00 del 2 gennaio 2005 io e il mio compagno abbiamo aspettato che le guardie si allontanassero. Quando sono ritornate avevo già oltrepassato il recinto ad alta tensione. L’altro invece è stato acciuffato.

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Ho camminato per un mese alla cieca attraversando numerosi posti di blocco, a volte confondendomi nella folla dei viandanti a volte fuggendo. Raggiunta la citta’ di Chiongjin ho scoperto che da lì era possibile raggiungere il fiume al confine con la Cina, attraversarlo e lasciare per sempre la Corea del Nord. Lo oltrpassai in febbraio: avevo 23 anni.

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Sono stato fortunato perché in Cina ho trovato una persona buona che non mi ha denunciato alle autorità ufficiali condannandomi al rimpatrio, come spesso accade agli altri fuggitivi. Mi ha reclutato come lavoratore clandestino. Per un anno ho fatto il pastore di vacche. Nel 2006 ho trovato protezione per 6 mesi presso il consolato sud-coreano di Shangai. Grazie a esso, in agosto, sono arrivato a Seoul. A 24 anni ero finalmente un uomo libero.
Per tutto il tempo trascorso al campo ero sicuro che quanto vi avvenisse, comprese le peggiori atrocità e le esecuzioni, fosse la normalità e l’ordine morale del mondo. Solo ora so’ che non e’ cosi’. L’unico aspetto positivo è che non ho mai subito il lavaggio del cervello dalla propaganda di regime. Non ho mai sentito citare i nomi dei dittatori (il padre Kim Il Sung e il figlio Kim Jong Il).

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A me e agli altri ragazzi nati nel campo non hanno mai spiegato l’ideologia comunista. In quanto destinati e morire li’ dentro, non eravamo considerati neanche dei sudditi. Non eravamo degni di sapere chi e come ci comandava
Oggi alloggio e collaboro presso l’istituto di ricerca NKDB che ha pubblicato il mio libro. Ho viaggiato all’estero, USA, Inghilterra e Giappone, dove ho raccontato la mia vicenda in un ciclo di conferenze. Tuttavia nella mia nuova vita non riesco a legarmi con gli altri. Non ho vere amicizie. Alcuni sud-coreani hanno tentato di avvicinarmi, ma ho difficoltà ad aprire il mio cuore. Non potrò mai avere pace e costruire il mio futuro fintantoché ho la consapevolezza che migliaia di uomini e donne vivono ancora nell’incubo da cui io sono fuggito. Psicologicamente resto legato a quella realtà: fino a quando il gulag esisterà in Corea del Nord sorpavvivera’ anche nel mio cuore”.

L’autore delle illustrazoni, basate sui resoconti di Dong-Hyeok Shin, e’ Hyok Kang: anch’egli rifugiato nord-coreano, fuggito nel ‘98 a soli 12 anni e gia’ co-autore del libro “Questo e’ il Paradiso: la mia infanzia nord-coreana”

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Box – Un dramma iniziato 60 anni fa’

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Quelli che non vengono abbattuti o acciuffati dalle guardie di frontiera nord-coreane vengono spesso arrestati e rimpattriati dalle autorita’ di Pechino, sostenitrici del regime di Pyongyang. Altri ancora cadono sotto il fuoco delle stesse pattuglie cinesi mentre cercano di svalicare in Mongolia e intraprendere la spesso mortale traversata del deserto del Gobi fino alla capitale Ulan Bator: qui li attende l’agognato volo per Seoul.

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Tante piccole storie che cucite insieme tessono il grande dramma del popolo coreano, spaccato in due da una doppia guerra. Prima il secondo conflitto mondiale che nel ’45 sanziono’ la spartizione del paese in due zone d’infleunza lungo il 38 parallelo: il sud pro-USA e il nord pro-URSS (oggi pro-Cina). Spartizione formalizzata dalla creazione nel ’48 di due governi indipendenti a Seoul (15 agosto) e a Pyongyang (9settembre).

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Poi il conflitto tra questi ultimi, provocato dall’invasione nord-coreana nel ’50 e conclusosi nel ’53 con un armistizio che ancor oggi non e’ stato ufficializzato da un trattato di pace. Da allora l’arretratissimo nord e il super-tecnologico il sud sono ermeticamente separati dall’ultima “cortina di ferro” della Guerra Fredda: una striscia di separazione larga 4Km che corre lungo la linea del cessate il fuoco, in corrispondenza del 38 parallelo.

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Media che hanno diffuso la storia